«Il ponte in fiamme che unisce parole e gesti». La fissazione di Bolaño per Turgenev
«Il ponte in fiamme che unisce parole e gesti». La fissazione di Bolaño per Turgenev
Cultura

«Il ponte in fiamme che unisce parole e gesti». La fissazione di Bolaño per Turgenev

Non riesco a smettere di pensare a un articolo di Roberto Bolaño in cui Bolaño dice di non riuscire a smettere di pensare a un romanzo di Ivan Turgenev. Proprio così. «Quando avevo diciotto anni lessi un libro di …Leggi tutto

Non riesco a smettere di pensare a un articolo di Roberto Bolaño in cui Bolaño dice di non riuscire a smettere di pensare a un romanzo di Ivan Turgenev. Proprio così.

«Quando avevo diciotto anni lessi un libro di Ivan Turgenev la cui storia mi perseguitò per i diciotto anni successivi», dice in Tra parentesi, e un attacco del genere merita tutta la nostra attenzione.

Del libro Bolaño dice di non ricordare nemmeno il titolo (si tratta di Rudin, il primo romanzo di Turgenev dopo l’anno di carcere e l’esilio nella sua proprietà, lontano da Mosca, per aver pubblicato un articolo su Gogol’ ritenuto sconveniente dalla censura) ma, stupendosene per primo, afferma che «quel che il romanzo racconta» sembra perseguitarlo «come un serial killer o come una domanda».

La trama è semplice, quasi prevedibile: come dice Vladimir Nabokov nelle Lezioni di letteratura russa, Rudin è l’«eroe» di quella intelligencija idealistica russa formatasi nelle università tedesche di cui Turgenev era l’esempio vivente («portavo grandi stivali con gli speroni e una giubba ungherese con gli alamari e mi ero fatto crescere i capelli fino alle spalle»).

Figlio di ricchi latifondisti, abituato a veder frustare gli schiavi – quelle anime dostoevskijane senza riscatto – e ad essere frustato lui stesso – e dalla madre! – per il vizio di prenderne sovente le difese, Turgenev ha un debole per le situazioni che chiamano in causa l’onore e l’onorabilità, intesa in tutti i sensi possibili, dalla passione intellettuale e politica alle regole di una giustizia non scritta fino alla loro violazione per mezzo di un affronto o un’offesa, spesso risolta in chiave edipico-erotica (come ho raccontato qui).

Rudin è un personaggio capriccioso, una testa calda dal cuore freddo, che approda in una villa di campagna, lontano da Mosca, per fare da precettore ai figli di un ricco signore, un maschio e, ovviamente, una femmina: Natalija («lei si alzò, e il suo viso espresse imbarazzo»).

L’apparizione di Rudin a casa Lasunskij è basata, come dice ancora Nabokov, sul metodo preferito di Turgenev, quello di «un comodo battibecco a un ricevimento o a un pranzo tra l’eroe, distaccato, affabile, intelligente e un uomo volgare e irascibile o uno stupido pretenzioso».

Passano i giorni, la ragazza bellissima e sveglia comincia a «sognare una vita da bohème a Parigi, in compagnia, ovviamente, del suo precettore»; nel frattempo, fuori, i tigli – come in tutti i libri di Turgenev – disegnano orizzonti cremisi, la notte estiva è «piena di carezze» e «si carezza», le masse dormono e gli intellettuali vegliano, o meglio si gettano sul letto senza spogliarsi, senza approdare a niente.

Rudin inizialmente è lusingato dall’amore della ragazza (ancora Nabokov: «le fanciulle di Turgenev in genere si alzano abbastanza presto, s’infilano le crinoline, si spruzzano un po’ d’acqua sul viso e corrono, fresche come rose, in giardino, dove l’inevitabile incontro avviene sotto un pergolato»), ma poi comincia a precipitare in uno di quegli avvitamenti mentali di durissima legge tipici degli eroi di Turgenev, e lascia scappare il treno, salvo pentirsene quando è ormai troppo tardi. Non c’è molto altro.

È su questo punto della trama – dove tutto il possibile diventa irrealizzabile – che Bolaño si sente incantato, è questo il «killer o la domanda» che lo perseguita: il giovane intellettuale, di cui dice di non ricordare nemmeno se viene da Mosca o da San Pietroburgo («mettiamo che sia moscovita») è congelato nell’inettitudine, «dubita che l’amore della sua allieva possa sopravvivere alle ristrettezze quotidiane di una vita di espedienti, anche se quella vita dovesse svolgersi a Parigi e a Venezia o fra Parigi e Ginevra. E poi dubita di sé, perché una cosa è predicare il cambiamento, tanto politico quanto dei costumi, e un’altra metterlo in pratica. Poi valuta la possibile reazione del padre della ragazza, che lo apprezza come precettore e come intellettuale e che non esiterà, quando verrà il momento, a muovere le sue influenti amicizie di Mosca (o San Pietroburgo) per trovargli un lavoro migliore e dargli la possibilità di costruirsi un futuro solido e forse addirittura brillante, ma non sarà mai disposto a tollerare che sua figlia lo sposi. Infine pensa a se stesso, a quello che sperava di ottenere prima di arrivare in quella casa (l’aiuto del ricco proprietario, eccetera), e a quello che otterrebbe se, dando ascolto al proprio cuore, fuggisse con l’ereditiera diseredata».

Rudin ricorderebbe Il rosso e il nero, non fosse che, essendogli inferiore, deve avere qualcos’altro capace di incatenare e incantare la memoria di Bolaño, di solito così sensibile alla “storia” molto più che non agli esercizi pseudo-biografici, su una coazione irrisolta.

E qualcosa succede, fino allo stremo: Natalija, rifiutata, sposa il suo fidanzato di prima, «un perfetto idiota», dimostrando così che «o non era poi così intelligente oppure era una masochista inveterata», e solo a questo punto Rudin scopre di esserne perdutamente innamorato. Improvvisamente, non dubita più: le scrive una lettera, tenta il suicidio nel giardino della villa, scappa in preda all’umiliazione di non essere riuscito a morire, e si toglie dalla vita di Natalija e da davanti ai nostri occhi per trent’anni.

«A Mosca», dice Bolaño, «restituito al mondo, scompare. Di lui non si sa più nulla».

L’ultimo capitolo di Rudin mostra una barricata a Parigi del 1848, e un un vecchio con i capelli bianchi, «nel quale si indovinano le tracce di una perduta prestanza», che sprona i difensori dal sommo della barricata quando una pallottola lo abbatte.

Bolaño: «Degli sconosciuti o forse degli amici lo portano nella sua povera stanza di straniero. Il vecchio agonizza parlando in russo e Turgenev ci fa intendere che non solo ha trovato il coraggio ma anche il ponte in fiamme che unisce parole e gesti. Fino all’ultima frase sperai, quando avevo diciott’anni, che comparisse a un tratto la sua innamorata di un tempo per stargli accanto nel momento della morte. Ma l’innamorata non ritorna più».

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