Cultura

Giovanna D'Arco "jihadista": un errore storico

Moshe Leiser, regista dell'opera inaugurale della Scala, ha definito "donna sacrificale" la "pulzella d'Orleans". Ecco perchè è inopportuno e sbagliato

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Costanza Cavalli

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Sarà stata la fatica di dare un senso al libretto disgraziato di Temistocle Solera, o l’eccitazione davanti alle telecamere, o la guerriglia dietro le quinte contro il direttore Riccardo Chailly: fatto sta che a Moshe Leiser, regista in coppia con Patrice Caurier della Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi che ha inaugurato la stagione della Scala, è scappato che la Pulzella d’Orléans era “una donna sacrificale, una jihadista”.

La frase è seducente, rosolio per i giornalisti, per un paio di giorni è rimbalzata ovunque. Ammettiamo pure che sia il risultato di un’addizione fatta nella concitazione dell’evento: fervore religioso+guerra=jihad. Oltre che strepitosamente inopportuna (mai la Scala era stata tanto blindata di forze dell’ordine) è sbagliata.

La jihad, nella sua forma di guerra santa, risponde a tre requisiti, scrive lo storico Jean Flori:
- essere condotta in nome di una religione con la promessa di essere ricompensati dopo la morte in battaglia;
- essere una guerra di conquista al fine di stabilire la legge islamica;
- essere proclamata da un’autorità religiosa.

La Guerra dei Cent’anni, combattuta tra il 1337 e il 1453 e teatro delle battaglie di Giovanna d’Arco, è stata una guerra laica, tra la Francia e l’Inghilterra affiancata dalla Borgogna. Quindi non predicata in nome di una religione e per di più combattuta cristiani contro cristiani. Non si tentava di convertire nessuno, né si uccideva urlando “Dio è grande”.

Il concetto di "guerra"

L’eroina francese va in guerra per difendere la patria dall’invasione dei nemici. È costretta a scappare con la famiglia dal paese natale per evitare le devastazioni provocate dalle truppe borgognone. La sua è una guerra di difesa, che non mira all’espansione territoriale. Il fervore religioso della giovane deriva, così lei disse, da una chiamata di Dio. La chiamata è personale e il cristiano, dotato di libero arbitrio, decide che cosa farne. Nella jihad la chiamata è collettiva, tutti sono tenuti a combattere in nome di Allah. E nel caso di Giovanna d’Arco le truppe che Carlo VII le affida la seguono non per fede ma convinti dal suo carisma e dal suo esempio.

Anche nei confronti del nemico Giovanna tiene atteggiamenti per nulla jihadisti, anzi esercita la pietà cristiana in modo capillare: assiste e confessa un inglese morente sul campo di battaglia, non fa inseguire i fuggitivi, offre riparo a un manipolo di nemici che per non essere catturati si erano travestiti da preti, invia continui appelli agli invasori perché si arrendano e tornino nelle loro terre.

Noi avevamo sperato che in uno dei video delle stragi di Parigi un terrorista avesse avuto un ripensamento, davanti al bar. Ma si era solo inceppato il kalashnikov. E gli unici appelli che riceviamo sono decapitazioni o minacce: dopo il 13 novembre Parigi è stata definita la capitale dell’abominio e della perversione e gli attentati “l’inizio della tempesta e un avvertimento”.

Il martirio e le donne

Nemmeno la morte della Santa ha le caratteristiche del martirio islamico: quando viene catturata, venduta al nemico, condannata e arsa sul rogo come eretica, nessuno muove un dito per salvarla, Carlo VII la lascia in mano agli inglesi e tanti saluti. È come se il califfo rinnegasse i suoi combattenti.

Infine, è una donna, una teenager, nel medioevo, messa a capo di soldati che il re le ha affidato. L’Isis ne ha reclutate di donne, ma nessuna di queste verrebbe mai messa a comandare uomini.  

La verità storica

Il libretto di Solera, parzialmente tratto dal dramma “La Pulzella d’Orléans" di Friedrich Schiller, mette in scena una Giovanna d’Arco innamorata del re e peccatrice; è storicamente errato e psicologicamente un po’ soap opera. Tanto che Carlo Gatti, musicologo e compositore, lo definì: “un cumulo d'incongruenze e un'offesa continua al buon gusto artistico e alla verità storica”. L’opera non è certo tra le migliori di Verdi, la sua ultima rappresentazione alla Scala è del 1865. Forse un motivo c’è. E oggi un motivo in più: manda in confusione i registi.

Nella stessa intervista, proprio Moshe Leiser ci dà un altro spunto: una lettura di Giovanna d'Arco la cui avventura si svolge tutta nella sua testa. Così diventa interessante, ma a patto di rimanere nel contesto di un'opera d’arte; e in questo caso il paragone che più le si addice è con don Chisciotte. Che non darà le soddisfazioni mediatiche di una entrata a gamba tesa nei Tg con la parola magica che comincia per "j", ma almeno non toglie alla cronaca e all'arte il privilegio di non essere altro che lontanissime parenti, niente affatto simili, e non induce a sciagurati viaggi nel tempo.

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