«Gentile Direttore editoriale: lei è un coglione» Per Antonio Moresco, mio fratello
«Gentile Direttore editoriale: lei è un coglione» Per Antonio Moresco, mio fratello
Cultura

«Gentile Direttore editoriale: lei è un coglione» Per Antonio Moresco, mio fratello

L’estate passata, nel contesto incantevole, nella splendida location, in un’occasione unica per assaporare la pasta, la grana delle italiche lettere recitata dal vivo da uno dei suoi più affermati interpreti, ma che dico: da uno dei suoi più …Leggi tutto

L’estate passata, nel contesto incantevole, nella splendida location, in un’occasione unica per assaporare la pasta, la grana delle italiche lettere recitata dal vivo da uno dei suoi più affermati interpreti, ma che dico: da uno dei suoi più divi divi, sceglitore di scrittori e scrittore lui stesso, mi sono fatta forza e ho improvvisato, un po’ per divertimento un po’ per sfida un po’ per noia, una inesistente spigliatezza professionale. Cosa che non faccio mai, mi sono avvicinata, concedendo a chi mi aveva invitato di presentarmi a colui che, al divo insomma.

«Volevo presentarti… Lei è…». Lui ha fatto uno sguardo interrogativo, come se in dubbio ci fossero già un sacco di cose, per esempio principalmente che io fossi.

«Molto lieta», dico, mentre lui non dice nulla. Gli porgo la mano, come usa, ma lui viene distratto da un rumore in fondo alla sala, forse una inopinata sedia spostata, che deve irritarlo moltissimo. Io resto con la mano a mezz’aria, sempre un po’ divertita, un po’ sfidante, un po’…

Lui, pur di non darmela, traccheggia con una busta di carta che sta cercando di infilare a forza dentro una busta di plastica visibilmente più piccola. Alla fine, sfinito da quella pressione psicologica che gli sto facendo, mi porge la mano, opportunamente ammollita da un contro-vigore interno che evidentemente deve attivare a difesa in presenza dei subalterni di ogni genere e grado.

Gliela prendo e gliela strizzo un po’, e nel contempo me la oscillo in mano dall’alto in basso, facendo forza solo con le dita: così si fa, ho pensato, nel caso si debba rianimare una trota. Lui ha farfugliato qualcosa che non ho capito, poi ha strizzato gli occhi come infastidito da una luce o da uno sciame di moschini e senza guardarmi (guardando la busta) ha detto solo «Tu…», al che il mio gentile presentatore si è sentito in dovere di spiegare a che titolo io stessi lì, a strizzargli la mano, e in generale a occupare quello spazio fisico che a miglior titolo sarebbe stato ben occupato da una sedia, da un ficus, da niente, al limite.

Il grande personaggio ha fatto di nuovo la faccia stupita, stavolta per finta, come a dire «Ah, ma guarda. Ma che cosa affascinante mi state dicendo. E io che pensavo di dover parlare solo di me e dei miei libri». Io ho annuito vigorosamente, a conferma. A tutti, me compresa, è sembrato per un attimo del tutto giusto che egli si comportasse in tal maniera.

Al che lui ha fatto una cosa arcana, che a tutt’oggi davvero non riesco a spiegarmi: con l’automatismo di una segretaria di sé stesso, mi ha guardato fisso negli occhi, con un’espressione seria ma in fondo irridente, e mi ha detto, dandomi stavolta del lei «No. Lei è simpatica, ma sa: io ho una montagna di manoscrit- Io sa quanti ne leggo? All’anno, dico? 4000. Quattro.mila. Capisce che…». «No», mi affretto a dire, sempre meno divertita, tra il panico e la furia omicida «No, guardi. C’è un err-». La gentile persona tra noi, fiutato l’equivoco, tenta di aiutarmi: «No, no (ha detto il suo nome di battesimo) lei ha già pubblicato…». «Un romanzo!» ho detto io, per convincere me più che lui. Lui allora ha alzato la testa e, credetemi (non ho motivo per mentirvi), mi ha guardato con un misto di odio feroce e odio non feroce, quell’odio che si riserva a un insetto che potrebbe trasmetterci la malaria ma intanto sta solo rompendo il cazzo.

Ecco. Io potrei con rancore chiamare questo personaggio col nome che merita, ma non lo faccio per il motivo che come lettrice dei suoi libri sono abituata ad esercitare la pietas, perciò il mio cuore è invece pieno di simpatia umana, il minimo del sentimento che si possa provare per questo povero diavolo che viene avvicinato solo per meri fini strumentali, che gira l’Italia costretto a ripetere sempre la stessa parte, cioè sé stesso.

Per questo Antonio Moresco è mio simile, mio fratello, mio amico.

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Al contrario di me, lui fa i nomi di tutti, quelli che incontra come doppi riusciti di sé stesso per strada o al cinema, quelli che non gli rispondono dopo avergli promesso che gli avrebbero risposto, quelli che lo snobbano a prescindere. In quanto «autore non pastorizzato», che non scrive quello che i direttoroni editoriali si aspettano, il suo manoscritto intitolato Gli esordi diventa come la palla del condannato ai lavori forzati.

Incapace di «far circolare il suo nome», come consiglia Eco da qualche parte, di tessere una «rete di conoscenze», isolato e diverso e lontano dalle consorzierie e da quelle che oggi si chiamano con orgoglio entrature, scrive lettere in cui cerca di farsi leggere dai direttori editoriali delle grandi e piccole case editrici italiche; aspetta qualche mese, poi riscrive; poi lancia sfide, improperi; si delude da sé; ritenta; scrive un’ulteriore lettera per annullare le precedenti; poi si ripente; cerca di essere umile, poi simpatico, poi leggero, poi grave, poi cinico (ma non può), poi ingenuo.

Offre tutti i suoi fianchi ai tromboni della valutazione, e quelli tutti li rifiutano, tronfi. Chiede indietro il manoscritto e, per non mettere in imbarazzo chi l’ha rifiutato, propone di andarlo a prendere in portineria in dato giorno e ora; ci va, ma non trova nulla. Riscrive, allora, richiama. Incapace di apprendere quel «galateo dell’affettazione umile», comincia a coltivare la sua prateria bruciata di lettere a nessuno, che non spedirà, su biglietti della metro, fazzolettini: 10 anni di vita offesa e di illusorio avvicinamento a un nulla che non ascolta e che in tv – sulla tv di Stato deputata alla cultura – predica l’ascolto.

In mezzo, ricorda assemblee dove i filocinesi si azzannavano coi trozkisti e Dario Fo si illudeva di essere «una specie di buffone capopolo, un capo militare con girandola e trombetta»;  allora leggeva un matto di Parigi – che poi è Guattari – e avrebbe voluto fare amicizia con Bifo, che in ascensore si rimirava e si aggiustava il ciuffo. Detesta Milano, che 30 anni dopo che c’è passato Bianciardi gronda ancora una disperazione umida e sorda, e prova ad andare a Roma: su quelle giornate scrive le pagine più belle del libro.

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Mischia le lettere vere con i sogni veri dentro cui ci sono persone che nella realtà non lo degnano nemmeno di una lettera o di un messaggio, ma che nel sogno rivelano la squallida inutilità e ingiustizia del tutto editoriale, l’immenso escremento che negli anni ’80 presenta striature incontrovertibilmente democristiane mischiate a un sorgente spirito burocratico-imprenditoriale. All’Adelphi si avvicina senza avvicinarsi mai come l’agrimensore K al Castello, tra misteriosi enunciati che vogliono dire sé stessi e il loro contrario; per corso di Porta Romana gli sembra di sentire la voce del Papa, quello polacco, e infatti è proprio lui a parlare, da una finestra di un palazzo nobile, ospite in gita spirituale.

Annusa l’odore delle pagine dei libri aprendoli come cosce. Si innamora di passeggere sul treno Milano Roma, e le perde a Firenze per sempre dopo essersi sentito bruttissimo nel terrore di guardarle. Sogna Mantova, dove è nato, coperta della lustra patina della grandezza, attraversata dal bambino Mozart che lo precede sul selciato col suo codino sotto il cappello; ma tutto, come sempre, implode nel ridimensionamento ineluttabile e crudele della realtà, a dispetto della mancanza di cinismo che lui sempre le adopera come cortesia da cavaliere. Sogna Giangiacomo Feltrinelli, e scrive a Inge per dirglielo. Scrive a Raboni, Fofi, Magris, che nelle interviste si dice disgraziatamente circondato dalla sua fiera piramide di libri.

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A Testori scrive: «avevo pensato di rivolgermi a lei, due anni fa… Mi ripugnava un po’ la sua scrittura retorica, grondante, i suoi aggettivi mi davano la stessa nausea di certi pasticcini troppo saturi di grassi idrogenati, ma nello stesso tempo mi pareva sempre di cogliere nei suoi pezzi sul Corriere una capacità di misurarsi col dolore, mi pareva meno schizzinoso nei confronti di certi scorticati….».

Poi però succede qualcosa: lo vede alla televisione. Era intervenuto a un concerto di Ferré, e quando lo inquadravano «si affrettava a mostrare sempre una faccia stravolta dalla commozione» e, intervistato, mostrò addirittura una lacrima che gli avrebbe solcato il volto (la lacrima non si vedeva). In un’altra occasione, in un documentario sulla Brianza, Moresco aveva notato che faceva di tutto per nascondere la sua calvizie con un berretto.

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Con la poesia sgangherata di chi non ha nulla da perdere, scrive a Fidel Castro, dal 13° piano di una torre della sterminata periferia. Sogna Paolina Leopardi: è invitato a casa loro a Recanati, e la morte di Giacomo è recente, tanto che se ne sente in qualche modo colpevole, come d’altra parte della morte del povero Bianciardi quando passa davanti alla sua libreria a Rapallo e si ricorda di quella volta che gli ordinò le Lettere di Van Gogh e non andò mai a ritirarlo. Nel frattempo, incontra, circondati da fan, Bobo Craxi, Funari, la valletta nera del Gioco delle coppie.

Nella furia agonistica di queste lettere non imbucate ma per paradosso indirizzate con micidiale precisione, il titolo sotto il quale vengono raccolte sembra a un certo punto testimoniare non tanto del fatto di non essere stare spedite, quanto del fatto che in ogni caso il destinatario era sempre lo stesso.

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