«Due prodotti malsani di una delle esuberanze patologiche della civiltà»: una storia d’amore tragico cioè normale
«Due prodotti malsani di una delle esuberanze patologiche della civiltà»: una storia d’amore tragico cioè normale
Cultura

«Due prodotti malsani di una delle esuberanze patologiche della civiltà»: una storia d’amore tragico cioè normale

Giorgio La Ferlita, vita spianata dai soldi del padre, «solito ad esagerare il capriccio sino a farne una passione, e solito ad esagerare l’idea della passione sino a renderla realmente irresistibile», s’era «convertito al matrimonio», un bel …Leggi tutto

Giorgio La Ferlita, vita spianata dai soldi del padre, «solito ad esagerare il capriccio sino a farne una passione, e solito ad esagerare l’idea della passione sino a renderla realmente irresistibile», s’era «convertito al matrimonio», un bel matrimonio che gli dava 600.000 lire, ed una «magnifica bruna» – «Giorgio aveva sempre preferito le brune, quando aveva potuto».

Giorgio da una bionda però si è fatto rovinare: una contessa russa di nome Nata con fronte di marmo, sorriso glaciale e marito lontano, che ne ha già fatto fuori uno, nel senso letterale della parola. È proprio lei a confessarlo a Giorgio: «l’amai [l’altro, ndr] perché mi odiava, perché mi fuggiva; c’era un abisso fra di noi, e la vertigine mi gettò nelle sue braccia»: l’aveva tradita, lei era caduta malata e lui per il senso di colpa si era ammazzato, «con una pistolettata rumorosa».

La bionda felina, indolente, passava lunghe ore in solitudine accanto al camino, in una casa grande e buia, a trastullarsi con una ciocca di capelli e a incollare disegni giapponesi, o restava immobile a sentire «con voluttà carnale le aspre punture della fiamma».

Si sono incontrati a un ballo a Palazzo Pitti: «il caso, la simpatia dei contrasti, la fatalità, li avevano posti faccia a faccia, e sin dalla prima volta ci avevano rimesso qualche cosa, egli un lembo di carne, ella una contraddanza, più tardi forse qualcos’altro».

Quando la incontra, lei ha «tutte le avidità, tutti i capricci, tutte le sazietà, tutte le impazienze nervose di una natura selvaggia e di una civiltà raffinata» «con tutte le veemenze, tutte le energie, tutti i dispotismi virili»; lui «tutte le suscettibilità, tutte le delicatezze, tutte le debolezze muliebri».

Cosa ne poteva sortire? Un amorastro difficile, dalla epicità facilmente fraintendibile, con la vocazione alla passione cattiva delle epoche decadenti, e alla tragedia vile, non eroica, futile. Qualcosa di molto vicino ai nostri tempi e alle modalità equivoche con cui si svolge l’eterno affare dell’incomprensione. L’autore intinge la penna nell’inchiostro meno simpatico che si possa immaginare: eppure nel più ironico, con il modo diretto e brutale che possono permettersi solo gli autori in grado di disegnare un autentico inferno con la leggiadria di una quadriglia.

Lei ha la tisi, che è come dire destinata al tragico esplicito attorno cui l’autore gira senza toccarlo mai, e il marito la riporta in Russia. Un giorno, ovviamente, torna a Firenze: lui, ormai sposato, la vede non visto e cade nel sinistro terrore di amarla. Lei lo invita a casa sua: parlano di stucchevoli inezie, fino a che «succede un istante di silenzio»: lui «a poco a poco era rientrato nella sua pelle vedendola da vicino e discorrendo tranquillamente con lei in modo tanto semplice e naturale; Nata era assai leggiadra così ritta dinanzi al fuoco, ma nulla più».

Forte del «nulla più», Giorgio riporta la testa a casa. Più volte, nell’inganno felice, torna per tutto l’inverno a trovarla: «ella gli aveva messo del ghiaccio sulla testa». D’altra parte, lei è un’umorale, un po’ sadica, molto distante: lascia cadere le conversazioni sul più bello, se lui fa per andarsene lo trattiene, poi lo caccia. A lui sembra di «seguire il pensiero di quella donna che doveva vedere dappertutto la tisi».

Vivono per mesi così, «in mezzo a tutti i sofismi della passione».

Un giorno, lei gli scrive che lo ama: «scrivo, accanto a quel medesimo tavolino sul quale avete appoggiato la mano tante volte».

«Sono uno stupido», le dice lui un giorno, «che mentre voi gli ridete in faccia vi ama come un pazzo».

Nel frattempo gli nasce un figlio, sua moglie si sta per innamorare del cugino, Nata cade sempre più malata. Smette di maltrattarlo, ha bisogno di lui. Il suo volto esangue che tanto lo aveva affascinato ora gli fa paura: il melodramma vince sulla passione: lei si getta ai suoi piedi e gli grida: «Vi domando se potete dirmi, sulla vostra parola d’onore, che mi amerete sempre così, anche quando sarete stato il mio amante; vorrei sapere che cosa fareste se una donna più bella di me, o che vi piacesse dippiù, che avesse soltanto il vantaggio di non essere io stessa, una duchessa, una cameriera, vi stringesse la mano in un ballo, o entrasse sfrontatamente in camera vostra: cosa fareste, La Ferlita?».

L’inferno, così riposante, è involgarito dalla prospettiva del dovere. Giorgio, fiacco per non aver mai combattuto se stesso», obbedisce al gusto dell’understatement dell’autore: riscopre le gioie muliebri.

Dove non erano arrivati i sensi di colpa, arriva l’autoindulgenza. Giorgio guarda sua moglie: «sentiva che se non fosse stato suo marito, la seduzione di quella grazia così schietta, così ingenua e riservata, avrebbe acceso sino al furore i suoi desideri di seduttore stanco e noiato di artifici donneschi», come se la tisi fosse uno di questi.

L’ironia turpe e elegante dell’autore prorompe gelidamente, come certe frane di ghiacciai che avvengono nascostamente e lontano: «Oh la passione!», dice a Giorgio l’amico medico per consolarlo: «di passione non si muore, mio caro, quando non è accompagnata dalla tubercolosi o dal tifo».

La tragedia rientra nei suoi ranghi di accidente della normalità.

Non bastasse la bellezza russa dell’intreccio, così crudelmente perfetto (l’incontro ovvio e insignificante di un uomo e di una donna destinati ad amarsi, la ricerca delle tecniche adottate dal fato per conseguire il più banale dei risultati, il racconto del fallimento), e la sensibilità francese, cioè flaubertiana, cioè bovariana, e simmetrica dell’autore nell’assegnare il nome Nata a una morta (il treno su cui Giorgio e famiglia raggiungeranno la villeggiatura passerà accanto al corteo funebre di questa Ofelia trascurata), basterà questa frase, così violenta e assoluta, a restituire il senso della universalità piena di pietas della grande letteratura:

«Dall’incontro di questi due prodotti malsani di una delle esuberanze patologiche della civiltà, il dramma dovea scaturire naturalmente, dramma o farsa, come dall’urto di due correnti elettriche».

 

Il romanzo è Tigre Reale, di Giovanni Verga
Ti potrebbe piacere anche

I più letti