Cosa succede negli alberghi: la commedia sofisticata della vita di passaggio
Cosa succede negli alberghi: la commedia sofisticata della vita di passaggio
Cultura

Cosa succede negli alberghi: la commedia sofisticata della vita di passaggio

«Se solo sapeste cosa non succede ogni giorno in un albergo!» È l’incipit de Il piccolo hotel, un libro deliziosamente crudele ambientato in una pensione sul lago Lemano, in Svizzera, al termine della seconda guerra mondiale…Leggi tutto

«Se solo sapeste cosa non succede ogni giorno in un albergo

È l’incipit de Il piccolo hotel, un libro deliziosamente crudele ambientato in una pensione sul lago Lemano, in Svizzera, al termine della seconda guerra mondiale. L’autrice, Christina Stead, è australiana, il che vuol dire che possiede la freddezza degli inglesi e l’ironia dei colonizzati, specie verso gli inglesi.

Le persone che vivono nell’albergo – che è, come spesso capitava, anche la casa della tenutaria -  sono collaborazionisti fuggiti, viaggiatori poveri che non hanno una casa, artisti di night-club, profughi di varie nazionalità: c’è un megalomane che si crede Sindaco di Zurigo e usa le salviette del bagno per fare reclami alla direzione, cercando di inglobare nel messaggio la scritta ricamata Hotel Helvetia; la Signora Trollope, inglese, esilarante come la regina di Bennet; un’altra signora benpensante e cordialmente filonazista («Nessuno approverebbe ciò che ha fatto Hitler, ma lui si era reso conto del pericolo. L’aveva indicato, ma pochi se ne sono accorti. Non funziona, ha detto, non può funzionare e basta. Sia chiaro, io non approvo lo sterminio dei popoli e tuttavia si potrebbe definirlo una sorta di chirurgo che estirpava il male»), una signorina ipocondriaca.

Sono raccontate, queste schegge impazzite dell’Europa, incarnazioni di milieu diversi, da Madame Bonnard, padrona dell’albergo:

«Era un periodo che ero a corto di personale perché Charlie si era appena messo a letto per via del suo rene mobile. Gli italiani erano lì che parlottavano, ripetendo la parola “forbici”, e lavoravano con lentezza».

La condizione di esuli per via della guerra è solo un’iperbole di uno stato di sradicamento e tristezza esistenziali. L’albergo concentra le qualità della fuga e della casa-rifugio nella sua scena di vita simulata, con le comparse fisse in ruoli che ci sembrano del tutto coerenti al plot, e noi, in mezzo, ospiti in tutti i sensi, che andiamo avanti come possiamo, simuliamo confidenza con le chiavi e gli angoli dei corridoi, armeggiamo con l’ascensore e i sanitari come se non avessimo fatto altro per tutta la vita, rimuoviamo che qualcun altro abbia dormito nel nostro letto, evitiamo di chiudere la tendina della doccia sia per i batteri sia perché abbiamo visto tutto Hitchcock, e poi, se ci riusciamo, gettiamo un occhio nelle altre camere, la mattina, per vedere chi c’è o, se sono chiuse, se almeno scorre un po’ di sangue sotto la porta.

Io un rapporto ambiguo con gli alberghi: mi lamento sempre, o quanto più posso, eppure quando me ne devo andare riesco a stento a chiudermi la porta alle spalle senza provare una fitta di nostalgia. Dopo che sono tornata alla mia vita di sempre, specie dopo soggiorni di più di 5 giorni, mi chiedo spesso cosa stiano facendo le persone dell’albergo a una data ora, come se fossero sempre le stesse, e vivessero lì.

Come nel meraviglioso Tavole separate con Burt Lancaster, David Niven e Rita Hayworth, io mi immagino che stiano parlando di me, si domandino cosa faccio, laggiù nel mondo, come me la passo, e quando avrò intenzione di ritornare.

Mi viene in mente che nello stesso periodo del mondo post-bellico de Il piccolo Hotel, un po’ più sotto sulla cartina geografica, un ragazzino di tredici anni arriva ad Asiago e per la prima volta nella vita entra in un hotel da solo. Deve soggiornarvi perché in casa dell’amico che è venuto a trovare è arrivata un’altra persona e non c’è posto. È il padre del suo amico ad accompagnarlo in hotel e a raccomandarlo alla cameriera: è un gerarca fascista, è alto, ha un papillon un comico-spaventoso, ma tutto sommato è gentile.

Succede che a colazione nota la presenza di un altro avventore, che lo interessa come spesso fa la gente degli alberghi: ha occhi lucenti e alti, quasi verticali, mani bianche. Emana qualcosa di magico e straniero. La cameriera gli si avvicina, al ragazzino, e gli chiede se gentilmente può, ecco, sì, ospitare per una notte quel signore nella sua stanza, dove sono due letti, perché al momento l’albergo è pieno, e…

Lui, spaventato-eccitato, accetta a malincuore. La notte si sveglia spesso; l’uomo fuma in continuazione: si sentono i cerini sfregare la carta vetrata, la sigaretta sfrigolare nel buio. Il fumo disegna azzurrini incubi svegli. Il ragazzo si sente la febbre, e lo dice. L’uomo, fresco, bluastro, gli appoggia le lunghe dita sulla fronte, apre un poco la finestra e gli rimbocca le coperte. La notte scorre in una promiscuità rincuorata. Al mattino, il ragazzo incontra il suo amico, e riferisce dell’incontro notturno al padre di lui, che si infuria, tanto che quando lo riaccompagna in albergo intima alla cameriera di non permettersi mai più, altrimenti…! La cameriera, rimasti soli, gli dice «Spia». L’epilogo di questa sillabaHotel») di Goffredo Parise leggetelo da voi.

Per quanto mi riguarda, per gli alberghi vale quanto valeva in Piccolo Hotel per la signorina ipocondriaca:

«Forse la malattia della signorina Chillard era autoindotta: era una coraggiosa malata immaginaria ed errante, che non aveva tanto paura di essere senza casa quanto di averne una, che conosceva abbastanza bene la gente da abbandonarsi alla pietà di albergatori e conoscenza casuali, e che non poteva sopportare chi a casa sapeva della sua tristezza».

Ti potrebbe piacere anche

I più letti