Self-generation: io speriamo che me la cavo da solo

Pensieri, paure e filosofia dei giovani che stanno imparando a vivere senza garanzie perché è in crisi il welfare state

Credits: Illustrazioni di Matt Kenyon

Riccardo Paradisi

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La sinistra inglese guarda i giovani britannici, la generazione Y dei nati dopo il 1982, e non li capisce. Sfuggono alle sue categorie. Che poi sono quelle di una certa sinistra europea per la quale si è giovani nella misura in cui si monta la guardia allo stato sociale e alla scuola pubblica. Sì, certo, le proteste nel Regno Unito contro i tagli alla spesa sociale sono state organizzate da Occupy e Uk Uncut, realtà riconducibili a sinistra. Ma il Guardian si domanda se questi movimenti non siano in realtà di superficie, più mediatici che rappresentativi del sentire profondo delle nuove generazioni, visto che ripetute indagini, l’ultima quella del British social attitudes survey, rivelano come i giovani inglesi degli anni Duemila siano meno favorevoli per esempio al sistema sanitario nazionale rispetto ai loro genitori e si mostrino ideologicamente molto più individualisti.

Che il thatcherismo e il blairismo abbiano ucciso la solidarietà, si domanda ancora il Guardian? E siccome la risposta secondo il giornale inglese è sì, allora non resta che combattere "l’atomizzazione desolata di quella che si potrebbe definire la self-generation". Le cose, però, sono più complesse.

L’ultima generazione è indubbiamente più scettica di quelle precedenti, più smagata. Pragmatica e realista quanto basta per capire, con buona pace dei sostenitori-fruitori del welfare state, che i costi dello stato sociale sono troppo alti, che tutelano chi è già nel sistema e che non si risolve il problema della disoccupazione con i sussidi.

A spiegare i motivi di questa mutazione d’orientamento generazionale prova un giovane conservatore come Sam Bowman, ventiquattrenne dirigente dell’Adam Smith institute: "Il servizio sanitario nazionale è stato descritto nei termini di una narrazione popolare unificante, virtuoso non perché è il migliore, ma perché vi siamo tutti coinvolti. In passato questo mito unificante era l’esercito, l’istituzione che ha unito la generazione più anziana. Ma ora le persone sono sempre meno interessate a queste istituzioni nazionali, soprattutto i più giovani che hanno maturato una visione diversa grazie a internet, dove si creano società più mobili".

Sembrerebbe, insomma, di avere a che fare con una generazione che all’unità imposta dai confini geografici preferisce quella che proviene da interessi comuni. Il sociologo Giuseppe De Rita smaschera però parte di questo ragionamento. E chiama quello di internet un "comunitarismo ludico", un surrogato di società. Anche perché sulla rete si hanno contatti ma non relazioni.

Internet e i social network rischiano, secondo De Rita, di essere rifugio per una generazione che, soprattutto in Italia, vede l’accesso al lavoro, alla sua posizione adulta in società, come una chimera per chi non sia inserito nel raggio d’azione della cooptazione nepotista. Resta il dato che il trend individualista è in espansione. Una tendenza diffusa anche negli Stati Uniti, dove il sociologo Robert Putnam, nel suo libro Bowling alone (Touchstone Books, 544 pagine, 16,99 dollari), ha rivelato come gli americani più giovani siano meno inclini a unirsi ai club sociali o a comunità istituzionalizzate, a stare più da soli, tanto da avere contratto persino l’abitudine di mangiare per conto proprio.

La tendenza potrebbe diventare una deriva, anche se è vero che gli estremismi si calmano con l’età, come hanno dimostrato i ribelli, oggi normalizzati, degli anni Settanta, per i quali tutto era politica. Ex ribelli che di fronte allo spettacolo, per loro perturbante, di questa nuova generazione individualista, anticipata dal film Le invasioni barbariche di Denys Arcand, possono almeno consolarsi con il fatto che i sondaggi inglesi mostrano come i più giovani siano meno ostili all’immigrazione, più favorevoli alla parità di genere e ai diritti civili, comprese le unioni fra gay.

Magra consolazione. Soprattutto guardando un altro sondaggio (Ipsos-Mori) che ha messo a confronto quattro generazioni di cittadini britannici: i nati prima della guerra, i figli del baby boom, la generazione X dei nati nei Settanta e appunto la generazione Y. I risultati mostrano che il sostegno al welfare state segue una curva discendente in ogni generazione successiva. Insomma, le nuove generazioni sono sempre più libertarie ma sempre meno socialiste.

Bobby Duffy, caporedattore dell’unità di ricerca sociale Ipsos-Mori, denuncia lo smarrimento della classe politica di fronte a una generazione dagli orientamenti così contraddittori. Per cui ai politici è più facile disinteressarsene e concentrarsi sui baby boomer, i nati negli anni Cinquanta, che costituiscono più di un terzo dell’elettorato. Tanto più che nelle generazioni più giovani il tasso di astensionismo politico è altissimo.

Ma si tratta di una miopia politica che non pagherà nel medio periodo. Per parlare ai giovani occorre essere concreti. "La generazione più giovane non è interessata a temi di attualità, ai dibattiti astratti. È molto concentrata su necessità e problemi particolari. Se i politici vogliono connettersi a questa nuova leva, dovrebbero intraprendere politiche che afferrino i problemi concreti, a partire da quello dell’alloggio".

Non si vive di sole teorie solidali. E a ben vedere l’individualismo dei giovani, il loro realismo spesso spietato, indotto dall’essere precipitati nel mondo senza più nessun paracadute, è solo lo specchio di quello mascherato dei loro padri. Chi ha tradito il patto generazionale, in fondo, non sono loro.

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