La Scala torni a essere più italiana

Nel presentare la nuova stagione, il sovrintendente Alexander Pereira ha detto di voler valorizzare il repertorio dei nostri grandi

Il teatro alla Scala di Milano – Credits: Getty Images

Lorenzo Arruga

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Non è la prima volta che la Scala tiene zitti i giornalisti alla conferenza stampa. Questa volta a mangiarsi tutto il tempo è stato il sovrintendente in custodia Alexander Pereira, che presentava il cartellone della nuova stagione. Con abile simpatia, ha dichiarato che il suo intento è valorizzare il repertorio italiano. Che però non ha molto bisogno di rilancio: si esegue in tutto il mondo; e gioverebbe venir meglio considerato proprio alla Scala che era il punto di maggiore propulsione e riferimento.

Inaugurazione ufficiale, totalmente in mano tedesca

Bisogna anche capire il prestigioso Pereira: non ha un direttore artistico ad assisterlo come può un musicista; ed è invece abilmente promozionale. Ma, anche se il numero delle opere italiane supera assai quello delle straniere, come sempre, gli avvenimenti più prestigiosi, salvo Aida, che vede il ritorno del grande regista Peter Stein, appaiono Fidelio di Ludwig van Beethoven, affidato a Daniel Barenboim, inaugurazione ufficiale, totalmente in mano tedesca, e la prima opera dell’eccellente contemporaneo romeno György Kurtag, Fin de partie, dal testo di Samuel Beckett. Per l’inizio dell’Expo c’è Turandot di Giacomo Puccini, diretta da Riccardo Chailly, regista il tedescone Nicolaus Lehnhoff, (e ti pareva).


Orchestra venezuelana

Poi arriva addirittura la bonaria orchestra giovanile venezuelana per La Bohème diretta, questa volta speriamo bene a tempo, dal simpatico giovane Gustavo Dudamel. La stessa opera nuova di Giorgio Battistelli, tra i pochi musicisti col senso del teatro, CO2, mostra una locandina da paziente spelling. Mah, forse farà colpo anche chiamare Minkowski e Pynkovski (non è uno scherzo, sono direttore e regista del Lucio Silla), e affidare L’elisir d’amore alla "rivisitazione scenica" di Grischa Asagaroff (e speriamo che almeno prima l’abbia visitato).

Certo quest’anno ci son meno rischi dell’anno scorso, quando le interpretazioni ospitate di Les Troyens e di Elektra hanno fatto arrossire chi aveva assistito da poco alla papposa Lucia di Lammermoor e allo smandrappato Trovatore, produzioni nostrane. Ed è proprio delle operazioni manageriali curarsi non tanto della qualità quanto del suo slogan. Ma per recuperare l’identità italiana e internazionale della Scala per davvero, e il suo provvido ruolo, forse sarà anche utile ridare un occhio alla vecchia ricetta: esperta competenza, tante prove, pochi permessi, poca facciata e molta cura ai giovani da far crescere e non buttare allo sbaraglio. E a queste cose credere fino in fondo.

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