L’export fa ricchi i musei. Degli altri...

All’estero le pinacoteche si rimettono a nuovo prestando opere a pagamento. Soprattutto all’Italia.

Merchandising d'arte – Credits: Getty

Giuseppe Frangi

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Il prossimo 20 giugno, dopo cinque anni di restauri, riapre a Parigi il Musée Picasso, il più importante al mondo dedicato al grande artista spagnolo. Appena una settimana dopo, il 27 giugno, sarà la volta del bellissimo Mauritshuis di L’Aia, rimesso a nuovo dopo tre anni di lavori. Che cosa unisce questi due eventi che calamiteranno certamente la curiosità di migliaia di turisti? Il fatto che queste due ristrutturazioni sono state possibili anche grazie a soldi italiani.

Il museo Picasso, per finanziare i lavori, aveva esportato la gran parte delle raccolte al Palazzo Reale di Milano per una mostra (per altro molto bella) che ha superato il mezzo milione di visitatori. Il Mauritshuis ha fatto una cosa ancora più sistematica mandando in tour un gruppo di opere, trainate mediaticamente dalla Ragazza con l’orecchino di perla di Jan Vermeer. Il tour, dopo aver toccato tre piazze americane e due giapponesi, si sta concludendo a Bologna, unica tappa europea. Anche in questo caso il pubblico ha risposto alla grande, e le proiezioni finali parlano di 250 mila visitatori a Palazzo Fava. Come ha ammesso Emilie Gordenker, giovane e dinamica direttrice del Mauritshuis, "i costi ingenti dei lavori (oltre 30 milioni di euro, ndr) sono stati coperti anche grazie ai proventi del travelling tour".

La regola prevede infatti che gli organizzatori delle mostre paghino una percentuale al museo proprietario delle opere, una cifra che resta sempre top secret ma che in casi come questi ha sempre dietro sei zeri. Si capisce perché il far viaggiare le opere sia diventato un espediente con cui i grandi musei sostengono i loro bilanci. E curiosamente l’Italia, pur sempre in affanno nel sostegno al proprio patrimonio, è una meta privilegiata (perché redditizia). Lo fa il Musée d’Orsay che ha portato a Torino nei mesi scorsi una scelta di quadri di Pierre-Auguste Renoir e ora, a Roma, una selezione di opere dalle sue raccolte. Lo ha fatto il Centre Pompidou che a Milano era presente addirittura in contemporanea a Palazzo Reale con due mostre (Il volto del ’900 e Kandinsky); mentre al piano terra dello stesso palazzo sfilavano gli espressionisti astratti mandati in trasferta dal Whitney museum di New York.
Il nostro Paese attira anche perché, come dimostra una ricerca che verrà presentata il prossimo 11 marzo nel corso di un workshop organizzato da Amiex a Torino, è affetto da "mostremania": ogni anno se ne aprono 17 mila; di fatto c’è una vernice ogni mezz’ora.

Peccato che questo vada a discapito di musei e patrimonio storico, che, tolti i soliti pochi casi noti, si trovano sempre più messi nell’angolino. Per esempio, a Bologna, oggi invasa dal turismo vermeeriano, lo scorso anno i musei comunali avevano perso 8 mila visitatori. Forse più che scandalizzarsi è il caso di imparare. Muovere con intelligenza una scelta di opere (magari quelle "dimenticate" nei depositi) è una strategia che può portare risorse e soprattutto può intercettare nuovo pubblico. Il successo della mostra realizzata nel 2013 dal British Museum assieme alle soprintendenze di Napoli e Pompei è stato un segnale chiaro: 100 mila visitatori in più l’anno scorso, trend confermato a gennaio con un incremento di 15 mila ingressi rispetto al gennaio 2013.

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