Rita Fenini

-

In occasione del 150 anniversario della “migrazione italiana in Brasile” Marco Maria Zanin prova a dare un nome e una storia a chi dalla storia è stato cancellato, cercando di ricostruire il filo di identità e percorsi attraverso i resti di una memoria personale e collettiva fondante per il Brasile, ma rilevante anche per nostro Paese, che i primi del ‘900 ha fatto del Sud America la sua meta di emigrazione. Nello skyline interrotto della città di Sao Paulo, tra un’edificio e l’altro, spuntano gli interni spogli e misteriosi di un vecchio ospedale italiano ora in abbandono, affiorano oggetti ammassati su un tavolaccio vecchio, o fotografie girate sul retro appartenute alle famiglie di migranti, che mostrano, nei segni del tempo registrati in quel rettangolo di carta, ogni loro peripezia esistenziale. Il lavoro di Marco Maria Zanin è un intervento artistico, ma anche l’atto consapevole di uno storico, che cerca di restituire identità e percorsi con l’attitudine di chi pensa che si tratti di un intervento possibile e necessario. Ma soprattutto è anche il gesto tipico del fotografo: cercare un’immagine, rivelarla, cioè portarla alla luce. Con la consapevolezza che, come dice Le Goff, ‘non esiste il documento-verità. Ogni documento è menzogna. Sta allo storico (ma potremmo dire, all’artista o al fotografo) il non fare ‘l’ingenuo’

Demonumento. Tracce di memoria tra l'Italia e il Brasile
a cura di Alessandra Mauro
in collaborazione con Galleria Spazio Nuovo
dal 12 giugno al 10 luglio 2015
Galleria Candido Portinari, Ambasciata del Brasile, Palazzo Pamphilj
Piazza Navona 10, Roma

© Riproduzione Riservata

Commenti