Claudio Trionfera

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Giove ha 67 lune conosciute. La quattro più grandi sono state scoperte da Galileo Galilei nel 1610. Una luna si presume che abbia uno oceano salato sotto la sua superficie ghiacciata. Questo potrebbe rappresentare la culla di nuove forme di vita. Questa luna è stata chiamata Europa”.

Incomincia così, tra i titoli di testa silenziosi e discreti, Una luna chiamata Europa (in sala dal 12 luglio, durata 128'), film incantevole e vagante tra poesia e critica sociale, favola e cronaca, allegoria e crudo realismo. Col tema della migrazione al centro, come una grande invisibile boa della coscienza; ma attorno,  non meno incisivo, robusto ed eloquente a livello cinematografico, un racconto  difficilmente catalogabile in termini di genere, estremamente prodigo di sfumature, letture seconde, sviluppi addirittura di trascendenza negli eventi e nei suoi personaggi.

Un poliziotto e un medico con opposti obiettivi

C’è László (Cserhalmi György) poliziotto a caccia di immigrati clandestini che pare il Jack Crow di James Woods cacciatore di vampiri in Vampires di John Carpenter; c’è Gábor (Merab Ninidze) medico corrotto  che gli immigrati, invece, li imbosca con la complicità a volte riottosa della sua amante dottoressa Vera (Balsai Mónika) in cambio del denaro che sta mettendo insieme per risarcire la famiglia di un ragazzo che, lui ubriaco, ammazzò in sala operatoria.

Il giovane esule figlio di un carpentiere di Homs

Poi, soprattutto, c’è Aryan (Zsombor Jéger), giovane rifugiato siriano figlio d’un carpentiere della oramai spettrale Homs, al quale subito il poliziotto spara quattro revolverate nel petto, presumibilmente uccidendolo. Teatro degli eventi è l’Ungheria, da dove proviene il regista Mundruczó Kornél che rinnova in climi di luccicante new wave la magnifica cultura cinematografica del suo Paese. Ficcando il coltello nella piaga di un’altra cultura, quella dell’ospitalità agli esuli, che invece da quelle parti non viene, a quanto pare, praticata.

Il gioco a tre incomincia quando Aryan, in verità, non muore ma scopre, una volta trapassato dalle pallottole, di aver acquisito la fantastica facoltà di levitare e liberarsi in lente volute ascendenti, col medico che diventa suo avido tutore e profitta di quei poteri da fenomeno per far soldi e il poliziotto che insegue il giovane profugo per finirlo (“I miracoli – suggerisce il medico alfine redento – non sono ben visti ma temuti”).

Una fiaba drammatica, mistica e metaforica

E quel che accade nel cielo sopra Budapest ha i toni di una fiaba drammatica, mistica e profondamente metaforica in climi quasi thrilling, dove il poliziesco forsennato irrompe nel mistery di prospettiva surreale e flottante quasi magrittiana. Perché Aryan, agli occhi di tutti, è forse diventato un angelo dell’erranza in carne ed ossa o magari la proiezione del ragazzo che fu: sconvolgendo le leggi della fisica e le menti di chi vi si imbatte, sbriciolando, chissà, i muri eretti nell’Europa geografica e in quella del film che s’ispira alla luna più misteriosa e probabilmente vitale di Giove.

Il magnetismo del racconto e delle sue scelte musicali

Sicché l’opera, al di là del suo peso civile, seduce e conquista mai scivolando nel buffo o nel caricaturale, piuttosto ancorandosi costantemente alla sfera del credibile, tra immagini invase da luci giallo ocra, movimenti concitati della macchina da presa (autore della magnifica fotografia è Rév Marcell) e il dominante aspetto fenomenologico commutato in quel realismo magico da sempre elemento specifico nel grande cinema ungherese. Molto di questo magnetismo lo si deve anche alle scelte sonore che accompagnano l’andare aleggiante/migrante del ragazzo, specie quelle di Jed Kurzel che lascia il rock indie, garage e blues per dedicarsi a temi ascensionali e avvolgenti alla M83 (Shimmer Flight e Floating) accanto alle atmosfere Gadmusic di Wonderful.

In questo video in esclusiva un estratto del film Una luna chiamata Europa:

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Voto: 4/5
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