La nostra sessualita cambia se è d'autore

Non è il porno a sbloccare inibizioni e tabù sociali. Sono le opere dei maestri del grande schermo.

Lars Von Trier e Uma Thurman alla presentazione di Nymphomaniac – Credits: Getty

Stefania Vitulli

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All’uscita della pellicola-scandalo Nymphomaniac, i danesi si sono goduti l’orgasmo multiplo dei protagonisti in 14 diversi manifesti inequivocabili, che poi hanno fatto il giro del mondo: la distinzione annosa fra erotismo e pornografia è diventata una coperta troppo corta. Anche per il sesso sul grande schermo è arrivata la prova ossimorica: l’ultimo film di Lars Von Trier è sesso filosofico, scandalo intellettuale. La musa Charlotte Gainsbourg tutto è, per carità, tranne che volgare. Ma è ninfomane: inutile specificare cosa questa parola abbia da sempre scatenato nell’immaginario latino medio.

A quasi mezzo secolo da Ultimo tango a Parigi (1972), il balzo (in avanti o indietro sta ai moralisti deciderlo) è gigantesco. E non solo perché la condanna al rogo è andata in fumo: un fotogramma alla volta, il cinema ha smontato i meccanismi censori prima di tutto individuali e solo dopo collettivi, e nel buio della sala ha messo in luce oltre ai centimetri del corpo, ogni perversione della mente e trasgressione di gender.

Non sono i film porno o quelli dichiaratamente erotici, però (spesso serbatoi di rampogne reazionarie meccaniche e retoriche), a sbloccare davvero inibizioni e tabù, ma le opere dei maestri. L’imprimatur artistico funge da consenso informato: i corpi nudi e sfrenati penetrano il comune senso del pudore perché sovrascritti dalle firme d’autore. "L’eros è essenzialmente il prodotto di una serie di discorsi e di narrazioni: lo ha spiegato benissimo Roland Barthes nei suoi Frammenti di un discorso amoroso" spiega a Panorama Ruggero Eugeni, direttore dell’Alta scuola media, comunicazione e spettacolo dell’Università Cattolica. "Il cinema è da sempre uno straordinario laboratorio di storie capaci di dare una forma condivisa alle differenti pulsioni sociali, e il sesso non fa eccezione. Certo, dagli anni 70 in poi alla potenza del racconto si è congiunta la potenza delle immagini (Ultimo tango è contemporaneo di Gola profonda). Tuttavia è proprio la congiunzione di racconto e immagine che crea le più forti icone cinematografiche dell’eros, e che di fatto distingue il cinema erotico d’autore da quello semplicemente pornografico: pensiamo alla potenza di certe immagini narranti di Stanley Kubrick, da Lolita a Eyes Wide Shut".

Inaccettabili altrimenti, oltre la "scena del burro" di Bernardo Bertolucci, le avvisaglie del sesso pop (poi sublimato in Basic Instinct) nel softcore da spot di Nove settimane e mezzo di Adrian Lyne (1986); il contorto e disturbante connubio fra sesso e violenza del Dennis Hopper-Popper di Velluto blu di David Lynch (sempre 1986, per le scene esplicite fu escluso dal Festival di Venezia); l’umorismo psichiatrico di Abril-Banderas che sconsacrano il letto borghese in Légami di Pedro Almodóvar nel 1990; l’approfondita visita ginecologica live in Romance di Catherine Breillat. "Non credo ci siano singoli film come non ci sono specifici romanzi che possano da soli cambiare la nostra percezione della realtà" ribatte Francesco Casetti, docente di film studies a Yale. "I media cambiano la nostra visione del reale come il telefonino cambia il nostro senso dell’intimità". E il cinema, come ha cambiato i nostri costumi? "Basterebbe dire che “Per la prima volta uomini e donne stanno al buio insieme” come scrisse Emilio Scaglione nel suo libro Il cinematografo in provincia del 1917".
Inaccettabili altrimenti, ancora al giro del secolo, il masochismo inedito de La pianista sabelle Huppert, il sesso orale da cronometro di Mark Ruffalo su Meg Ryan nel film In the cut di Jane Campion o il partouze triste di Michael Fassbender in Shame.

Ultimi ma non meno dirompenti, la prima volta dei 10 minuti ininterrotti di sesso saffico in La vita di Adèle e la bulimia senza precedenti di fellatio di The wolf of Wall Street di Martin Scorsese. Apoteosi di questo trend è Lars Von Trier. "Da sempre ha dimostrato di saper congiungere narrazioni disturbanti a scelte stilistiche e visive molto caratterizzate, spesso spaesanti" dice Eugeni. La sua tattica è prendere lo spettatore alla sprovvista, travolgerlo privandolo di punti di riferimento visivi, etici, emotivi: il sesso nel suo cinema è parte di questo gioco, e forse ne è la parte principale". Un gioco inaccettabile. Finché non viene proiettato.

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