Claudio Trionfera

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Ogni famiglia ha i suoi segreti. Qualche volta innominabili. Quelli raccontati in Segreti di famiglia (uscita in sala 23 giugno) da Joachim Trier, cineasta danese emergente qua al terzo film – dopo Reprise, 2006 e Oslo, 31. August, 2011 -  non sono proprio nefandi ma, questo sì, abbastanza glutinosi. E per lo spettatore, forse, appetitosi. Difatti ciò che si nasconde dietro la morte per incidente d’auto della celebrata fotografa di guerra Isabelle Reed, interpretata da una maestosamente travagliata Isabelle Huppert, è probabilmente un suicidio. E quel che la sua famiglia vive “dopo” non è altro che una rivisitazione costante di lei: attraverso le foto, i ricordi altrui, le macerazioni del marito e quelle dei due figli, uno dei quali, il quindicenne Conrad (Devin Druid), è  problematico, assente, fuggiasco tra i videogiochi e a tratti con facoltà quasi supernatural

Un “ragazzo difficile” 

Già. Perché proprio attraverso quei videogames e le loro dinamiche virtuali sembra crearsi una “comunicazione” arcana e sibilante, viscerale, quasi malata del figlio con la madre, della quale Conrad serba un ricordo appiccicoso e furibondo. Tutto ciò che lo rende “ragazzo difficile”: angustiando il padre, Gene (Gabriel Byrne), professore di liceo;  motivando affettivamente il fratello maggiore Jonah (Jesse Eisenberg), tornato da lontano nella casa familiare per una grande mostra fotografica organizzata a New York  in ricordo della madre. 

Sono passati tre anni dalla morte di Isabelle. La mostra ne celebra il coraggio e il talento. L’occasione, da una parte, rimette insieme quel che resta della famiglia, dall’altra parte rigenera, per così dire, il processo evocativo legato a quella tragedia, strappandolo ad un oblio meritato e sedativo. La lama torna allora a ruotare nelle ferite di tutti. Rischiando di far male specialmente al più debole, Conrad, l’unico a non sapere che forse sua madre s’è volutamente schiantata contro un camion anziché esserci finita contro dopo essersi addormentata alla guida. Un suicidio, chissà, dovuto alla depressione per aver lasciato il lavoro che amava, ma che la teneva costantemente lontana da casa, per dedicarsi a marito e figli; e che, adesso, un suo ex collega intende svelare con un articolo. 

Coinvolti nell’intreccio psicologico

Il filo del racconto si aggroviglia attorno a questi elementi. Non solo. La narrazione, come un pendulum, oscilla tra il tempo presente il passato, a volte fermandosi su quello sospeso tra la vita e la morte di Isabelle. Specchio, peraltro, di un intrico psicologico che coinvolge tutti e quattro i personaggi, i tre vivi e la scomparsa che però è sempre terribilmente – anche atrocemente – presente. Come quando Jonah, alla ricerca di fotografie inedite da cedere all’allestimento della mostra, incomincia a frugare nell’archivio di sua madre, tra immagini sconosciute, tracce capaci di ripristinarne l’essenza vitale, facendone quasi avvertire il respiro e l’ombra sfiorante. O addirittura svelandone, attraverso un particolare invisibile allo sguardo superficiale, un sospetto d‘adulterio: che forse diventerà certezza con l’avanzare dei ricordi. In uno scorrere dei giorni e della vita che potrebbe, nel suo incessante processo risanatore, provvedere anche alle coscienze derelitte dei tre uomini solitari. Placando finalmente anche l’anima inquieta di Isabelle. 

Incomunicabilità e indagine 

Insomma l’apoteosi dell’incomunicabilità. Il film è labirintico, intasato, onirico, liquido, visionario, nervoso nel montaggio elettrico, talvolta affascinante. E la regia vi si muove con agilità ed eleganza. Scavando nella vita segreta di ciascuno dei personaggi; lavorando sulla qualità – invero eccelsa – di un quartetto d’attori fra i quali, davvero, è impossibile indicare il migliore; raccontando quel viluppo di solitudini con una precisione, un’attenzione e una delicatezza degne della migliore espressione di cinema introspettivo. Senza peraltro trascurare il coté delle emozioni o infischiarsi dei sentimenti più accesi e dei rapidi scarti dell’azione a beneficio dei ritmi narrativi. 

Ma una trama importante riguarda anche, a sorpresa, quel segmento d’indagine che si esprime, a tratti e nell’esplorazione dell’archivio fotografico, in un’autentica se pure involontaria investigazione sul passato di Isabelle, sulla sua vita segreta, suo mondo professionale. Immagini che lasciano affiorare, dal nulla, forse il profilo di una persona amata molto ma, probabilmente, conosciuta e compresa poco.  Non c’è un delitto e non è un giallo. Ma lo spirito di Professione: Reporter  e di Michelangelo Antonioni sono nascosti, silenziosamente, in qualche angolo. Così  la storia è piena misteri e di fascino, di tristezza e di speranza, di tenerezza e di crudeltà.  

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