Nelson Mandela, un eroe anche al cinema

Nella storia del leader sudafricano non  ci sono solo la lotta politica e il carcere, ma anche la scelta di usare il rugby per riunire il suo popolo. Una pagina poco nota, raccontata da Clint Eastwood in Invictus

Invictus

Morgan Freeman in "Invictus" – Credits: Worner Bros. Pictures

Alberto Rivaroli

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Era contento che come protagonista fosse stato scelto Morgan Freeman: non solo era un suo amico da anni, ma lo considerava da sempre l'unico possibile candidato a “rubargli” l'identità. E di certo non gli dispiaceva che dietro la macchina da presa ci fosse uno come Clint Eastwood, nemico giurato dell'agiografia in salsa hollywoodiana.

Probabilmente, però, quello che davvero aveva spinto Nelson Mandela a dare la propria benedizione a Invictus era il fatto che il film non intendeva raccontare i suoi anni più drammatici (quelli della lotta contro l'oppressione, prima, e del carcere poi), ma un episodio più recente e per lui fondamentale: la scelta, quando era presidente del Sudafrica, di usare il rugby come strumento per riunire un popolo dilaniato da tensioni razziali che la fine dell'apartheid aveva solo smorzato.

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Una pagina poco nota della storia nazionale, ma decisiva per un leader che, come risarcimento dei 27 anni trascorsi in cella a pagare il suo no al razzismo, desiderava una cosa e una cosa soltanto: che neri e bianchi vivessero insieme in pace. Di kolossal grossolani e strappalacrime, pieni di aguzzini biondi e neri incatenati, non avrebbe saputo cosa farsene; se però gli studios californiani erano pronti a raccontare il nuovo Sudafrica, allora le cose cambiavano.

Cosa è successo poi, lo sanno tutti: il film è uscito (nel 2010) e, come era facile immaginare, non ha deluso le aspettative.

Freeman ha fatto un figurone ed è stato nominato per l'Oscar, proprio come Matt Damon, che nel film interpreta François Pienaar, il capitano della nazionale sudafricana, ambasciatore di Mandela sul campo da gioco. È a lui per primo, infatti, che il carismatico presidente espone la sua idea: visto che il Paese sta per ospitare (siamo nel 1995) la Coppa del Mondo di rugby, l'occasione per trasformare lo sport in elemento di coesione è molto ghiotta. C'è un grosso problema, però: gli Springboks (così sono chiamati i nazionali sudafricani) vengono unanimemente considerati dai neri espressione dell'odiata minoranza bianca, e il fatto che schierino solo un giocatore di colore su 15 non migliora le cose. Mandela però è convinto che, con un po' di sforzo da parte degli atleti e qualche vittoria, le cose possano cambiare.

Ha perfettamente ragione: i campioni della palla ovale moltiplicano le occasioni di incontro con i tifosi, e il ghiaccio piano piano si rompe. Al resto ci pensano i risultati: vittoria dopo vittoria, i padroni di casa arrivano addirittura in finale, dove li aspettano i favoritissimi All Blacks della Nuova Zelanda. Trascinati dal pubblico che ormai li ha eletti a suoi beniamini. Pienaar e compagni fanno il miracolo e, con un calcio vincente nei tempi supplementari, si aggiudicano la Coppa del Mondo. È un trionfo anche per Mandela, che scende in campo a ringraziare i “suoi” campioni. La scena più bella, però, lo attende fuori dallo stadio: un oceano di tifosi bianchi e neri che fanno festa insieme.

Dal punto di vista stilistico, Invictus è asciutto nella forma e potente nella sostanza: un classico film di Eastwood, un regista al quale sputare sentenze piace molto poco. Basti dire che alla battaglia di Iwo Jima, una delle più aspre della Seconda Guerra Mondiale, ha dedicato due film, per raccontare il punto di vista americano (Flags Of Our Fathers) ma anche quello giapponese (Lettere da Iwo Jima). Neppure l'ammirazione per il leader sudafricano ha modificato il suo modo di girare; se poi la storia di Nelson e François in certi passaggi sembra un po' retorica, non è “colpa” di Clint ma della vita, che a volte è più incredibile e appassionante dei film che la raccontano.

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