Cinema

Addio a Carlo Vanzina, la sua commedia a spasso nel tempo

Da sempre in sodalizio creativo e produttivo col fratello Enrico, ha creato un genere e uno stile sulla scia della tradizione e di papà Steno

Carlo Vanzina

Claudio Trionfera

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È morto a Roma, all'età di 67 anni, il regista Carlo Vanzina. Ne hanno dato notizia la moglie Lisa e il fratello Enrico. Nato il 13 marzo 1951, regista, sceneggiatore e produttore, insieme al fratello Enrico, che si è dedicato più alla scrittura, è vissuto nel mondo del cinema fin dall'infanzia.

Finisce un’epoca e ne incomincia un’altra. Finisce l’epoca “con” Carlo Vanzina e ne incomincia una “senza”. Anche se poi, come sappiamo, il cinema ha questa sua capacità di dare vita eterna al di là del dettato religioso; e rendere perenni le opere della creatività lasciando intatti volti, sguardi, scene, parole. È il destino dell’arte, è il destino degli artisti.

Una “factory” tutta italiana come modello di cinema

Anche quello di Carlo, naturalmente, che col fratello Enrico ha costruito un archetipo cinematografico indirizzato alla persistenza temporale attraverso una serie di aggiornamenti e modificazoni. Il cinema dei Vanzina, appunto, sul quale è stato coniato il termine vanzinismo a indicare non solo un genere specifico ma anche un modo produttivo in quella sorta di piccola factory tutta italiana con al centro le figure di Enrico produttore e sceneggiatore e Carlo di regista; e, nei loro paraggi, un nucleo sempre più vasto di attori, già famosi o in procinto di diventarlo (impossibile citarli diffusamente), che molto devono alla coppia, sollecitando ora la meditazione su un’altra inseparabile linea fraterna che s’è spezzata dopo quella dei Taviani creando un’assenza attorno a un diverso segmento di cinema italiano.

60 film nel flusso del costume e della Storia italiani

Sessanta film tondi. A partire dall’esordio di Luna di miele in tre del 1976, che in quell’anno mi fece conoscere Carlo con un'intervista a casa sua, presenti Enrico e papà Steno (trentennale della morte nel marzo scorso, in pochi se ne sono ricordati) avviando un’amicizia e una simpatia non effimere e non tramontabili.

Poi tutto il resto, divagando, vagabondando e molto svagando, destreggiandosi tra i costumi e le vicende d’Italia, inseguendo vizi privati e pubbliche virtù di un Paese lungo il suo fluire storico, dalle ricadute della fase edonistica all’epopea dello yuppismo, alle incertezze e le contraddizioni del transito fra i due secoli, allo spuntare e alla progressione delle crisi. Sempre con quella puntualità, quella pulizia, quella correttezza e quel garbo che, anche negli accenti e nei contesti più graffianti, hanno costantemente accompagnato l’ispirazione di quel cinema e la maniera di proporlo. Specchio, certo, di un’educazione, di una mitezza e di una giocondità mai sul punto di ripudiare, pure nei passaggi più maturi, una vocazione adolescenziale all’entusiasmo.

La rigenerazione della commedia tradizionale

Il nucleo resta quello della commedia e della sua tradizione. Sulla scia dei grandi e del padre. Col gusto, da parte di Carlo (e naturalmente di Enrico), di raccoglierne l’eredità, per così dire, metodologica nel racconto desunto dai fatti sociali, negli eventi e perfino nelle battute prese dalla strada e ascoltate dalle gente; rimettendo poi in circolo tutti gli elementi nella rigenerazione e ricostituzione di uno stile cinematografico personale e “altro”, una sorta di post-commedia o meta-commedia capace di reiterare se stessa; e foggiando un copyright senza rinnegarne il richiamo classico.

Quei titoli parafrasati ed entrati nel lessico comune

Piace guardare a questo cinema vanziniano nella sua interezza, dunque nella sua integrità e continuità. Ma non se ne possono certo ignorare i passi “cardinali” o i film più pregevoli come Eccezzziunale…veramente del 1982, Sapore di mare, 1983, e Vacanze di Natale dello stesso anno col quale s’avvia l’epopea del Cinepanettone (e sbaglia chi riduce a questo, non sono pochi, il contributo dei Vanzina al mercato cinematografico), Sotto il vestito niente (1985), Yuppies – I giovani di successo (1986), I miei primi 40 anni (1987), Sognando la California (1992), S.P.Q.R. 2000 e 1/2 anni fa (1994), Selvaggi (1995), A spasso nel tempo (1996), South Kensington (2001), In questo mondo di ladri (2004), La vita è una cosa meravigliosa (2010), Mai Stati Uniti (2013), l’ultimo Caccia al tesoro (2017). Con titoli escogitati con intelligenza e spesso entrati nel lessico comune o addirittura parafrasati dai giornali per richiamarsi a fatti di cronaca e di costume.

Aspettando risarcimenti culturali e rivalutazioni tardive

Adesso è l’ora del dispiacere e del dolore per la perdita di un cineasta che per molti di noi è un amico. Quasi di famiglia. Non è dunque l’ora della polemica per la quale, come si dice, non mancherà occasione. Però ci sarebbe un aspetto da evidenziare in prospettiva. Perché c’è da scommettere, restando in sintonia e in ossequio al Febbre da cavallo di Steno, che presto cominceranno gli omaggi, le rivalutazioni (Totò, Franchi & Ingrassia, in parte Villaggio docent), le “personali” complete, i risarcimenti culturali e i riconoscimenti tardivi ad un modello di cinema e ai suoi istitutori che, beninteso, lo meritano a pieno titolo. Sarebbe sconveniente – eufemismo – se a farsi promotore di certe iniziative fosse chi, oggi tartufescamente, bollò quei film come “vanzinate” non meritevoli di giusta valutazione critica.

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