Claudio Trionfera

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Bello. Magari imperdibile. Per chi quegli anni li abbia vissuti e per chi, invece, vi si accosti oggi quasi come con un reperto storico. My Generation di David Batty (in sala dal 22 gennaio, durata 85’) è più d’un documentario sulla Londra degli anni Sessanta: è una guida lungo i sogni di un’epoca, è l’onda che viene dal basso, è la rivincita dei cockneys, quelli della classe operaia londinese, è il faro puntato sulla cultura, la moda, la musica. Un mondo vivido e mutante visto con gli occhi di una icona del cinema britannico come Michael Caine, che racconta quel periodo accumulando un’infinità di ricordi e di esperienze personali  in un affascinante sistema narrativo cui s’aggregano rare immagini d’archivio e brevi interviste con gli eroi di ieri e i superstiti di oggi.

Quella leggendaria traccia degli Who

Tre anni ci sono voluti a Batty per mettere insieme i materiali, inclusi, naturalmente, quei grumi di memorabilia  recuperati dagli album e dalla cineteca di Caine. E il risultato è là, sotto gli occhi, emozionante, inevitabilmente nostalgico, dunque un poco struggente ma certo non malinconico. Sull’onda di quel titolo che rimanda alla traccia leggendaria degli Who piantanta proprio al centro dell’epopea, nel 1965, canto di rivolta e d’identità reclamata, diventata inno dei Mods e cover, più avanti, di altri gruppi come gli Oasis, gli Zimmers e i Green Day.

Contro la società giacca-e-cravatta ad ogni costo

Cosa successe in quegli anni? Ora ve lo faccio vedere”, introduce Caine magnifico narratore, qua ripescandosi  dal passato dei suoi film, là alla guida della sua Aston Martin, sempre presente anche quando non c’è, come una traccia invisibile a legare fra loro i protagonisti della rivoluzione. Parole, musica e vita nel gran girovagare di attimi nuovi ad abbattere la vecchia società giacca-e-cravatta ad ogni costo. Ecco gli stessi Who a ricordare che, non avendo i soldi per comprarsi gli strumenti, le chitarre se le costruivano da soli; e Marianne Faithfull a scovare nel passato laburista del ’45 un programma di alimentazione, sanità e buona istruzione per tutti capace di gettare le basi di quel che sarebbe accaduto nei sixties.

“Tutti afrontavamo gli stessi cambiamenti”

Tutti a Londra. Parola d’ordine dei ragazzi che volevano far fortuna, stesso meccanismo di aspiranti attori e cineasti che guardano, dall’altra parte dell’oceano e del mondo, a Hollywood. Ma qua, nella swinging London, l’America è lontana, con la sua guerra fredda e la sua crisi di Cuba. Mick Jagger intanto proclama: “Non c’importa di essere degli zoticoni”. Roger Daltrey degli Who ricorda la scossa che gli attraversò il corpo e il cervello quando vide Elvis esibirsi per la prima volta. John Lennon racconta: “Io avevo la mia chitarra a Liverpool, Mick la sua a Londra, Eric Burdon cantava a Newcastle e tutti affrontavamo gli stessi cambiamenti”.

Beatles e Rolling Stones, sempre loro, complici e avversari

Presenze, fisicità, ombre, fantasmi. Raffiorano il Cavern e i vecchi Beatles, frammenti speciali e rarefatti, ancora il Mersey Beat appiccicato sulla cassa della batteria, Paul McCartney a rievocare il trucco-bluff del rock suonato al posto del blues richiesto dal locale; e ancora John a svelare – e questo si sapeva – di aver scritto la prima canzone incisa dai Rolling Stones (I Wanna Be your Man) che avevano firmato un contratto con la Decca senza avere un pezzo pronto.

E la radio “pirata” trasmette da un vecchio cargo

Allora era così. Il libro con le vecchie regole veniva strappato e buttato via. La radio libera Caroline rivoluzionava pure l’etere, onde medie 259, coi suoi speaker definiti pirati e le trasmissioni sparate da un vecchio oleoso cargo. Da qualche parte sbuca la pillola anticoncezionale. Nureyev sa ballare Il lago dei cigni ma non il twist. Mary Quant spopola col suo bazar di gonne più corte di quanto non se ne fossero mai viste prima. Vidal Sassoon inventa lo stile geometrico e le pettinature scolpite ad angoli mentre scoppia la guerra ai capelli lunghi portati dagli uomini (“girare coi capelli lunghi e i vestiti eccentrici e sentire che la gente ti odia – oh yeah”). David Bowie viaggia sul crinale dell’ambiguità, Twiggy su quello dell’esiguità incarnando come nessun altro, forse, lo spirito di quella città diventata improvvisamente il centro del mondo.

Quando la luce, all’improvviso, si spegne

E, ancora, Sandie Shaw coi suoi piedi scalzi, Lulu Singer, David Puttnam, Terry O’Neill, Terence Donovan, Penelope Tree, Joan Lumley, fotografi, modelle, scrittori, stilisti, attori, il mondo esplodente dell’immagine “dove le donne sono tutte belle solo che alcune sono più belle di altre” mentre sul fronte della musica dilaga il rock che tutto travolge e cambia le carte in tavola - fino a quando.

Fino a quando le cose – racconta Caine guida meravigliosa – si trasformano nuovamente. Al tramonto dei 60’s. “Improvvisamente c’era la sensazione che qualcosa di speciale fosse finito, avevamo spinto per il cambiamento e adesso era il cambiamento che spingeva noi”. Arresti per droga, violenza, la morte di Brian Jones per non parlare di quelle di Jimi Hendrix proprio a Londra e di Jim Morrison a Parigi, il grande lenzuolo nero sembra calare sull’arcobaleno precipitando i colori nell’oscurità. Finiscono gli anni Sessanta, incomincia la Cosa.

Tracklist, naturalmente mostruosa. Rock, folk e blues a tutto andare coi brividi, dai Kinks agli Stones, Zombies, Small Faces, Beatles, DonovanCream e via così. Con una vetta assoluta, la It's All Over Now, Baby Blue di Bob Dylan nella versione Them/Van Morrison.

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Voto: 3/5
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