Claudio Trionfera

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L’artista e lo scrittore. Lo svizzero e l’americano. Storia parigina di un incontro, di un’amicizia e di una bella riflessione sull’arte. L’artista è Alberto Giacometti (Geoffrey Rush), lo scrittore James Lord (Armie Hammer). Entrambi viaggiano sul filo di una magnifica coesistenza intellettuale e si dividono la scena di Final Portrait – L’arte di essere amici (in sala dall’8 febbraio, durata 90’) di Stanley Tucci, ben più attore che regista ma ormai maturo per una felice espressione anche dietro la macchina da presa. Dimostrandolo qua, in un film che evita straccianti biografismi per imporsi in una dimensione ovattata e dialettica, raccolta attorno a pochi personaggi, capace di formulare pure qualche fraseggio emotivo.

Storie d’amicizia, arte, musica e letteratura

Sarà, ma in qualche modo – e malgrado sia diverso in quasi tutto – questo incontro me ne fa venire in mente un altro, quello del giornalista David Lipsky con David Foster Wallace in The End of the Tour (2015) di James Ponsoldt. Con una curiosa assonanza anche nei titoli (lasciando perdere il non esaltante sottotitolo italiano). Certo, là c’erano pure The Big Ship di Brian Eno e Here dei Tindersticks a reggere una cospicua fetta emotiva della baracca, trasformando la cronaca in epica nell’Illinois ghiacciato del 1996.

Qua, invece, con una partitura originale poggiata su violino e musica da camera, l’azione si sviluppa tutta nella Parigi piovosa del 1964, dove James, che arriva da New York e deve tornarci di lì a due giorni, si ritrova nell’atelier di Giacometti a posare per un ritratto che l’artista vuol fargli ad ogni costo. Con la promessa di non impiegarci, appunto, più dei due giorni mancanti alla sua partenza.

Miliardi di sigarette e tensioni psicologiche

Ma questo artista, com’è ben noto ai suoi biografi e a chi giustamente lo celebra tra i  più grandi del Novecento, è un tipo bizzarro, mutevole, burrascoso nel più classico àmbito d’appartenenza alla genialità. E i giorni diventeranno diciotto. Spesi tra continui spostamenti di biglietti aerei, estenuanti sedute di posa, miliardi di sigarette voluttuosamente bruciate da Giacometti e tensioni psicologiche di Lord. In mezzo il ritratto dolente e contradditorio della moglie del pittore, Annette (Sylvie Testud), quello giulivo di Caroline (Clémence Poésy), la prostituta e modella elettiva di Giacometti che se n’è perdutamente innamorato, la fedele paziente assistenza nel lavoro di studio del fratello dell’artista Diego (Tony Shalhoub).

Quel dipinto fatto e disfatto a ripetizione

Naturalmente il centro della vicenda è occupato dal rapporto tra Giacometti e James. Che nel processo narrativo e nel suo progredire è destinato a intrecciarsi in modo complesso nel divagare costante dell’artista e nell’attesa immota del suo modello, per un ritratto fatto e disfatto più volte, furiosamente, implacabilmente. Quasi che il pittore voglia prolungare all’infinito quel momento creativo non liberandone il soggetto. E in parte, forse, è così. In verità c’è anche dell’altro e riguarda l’essenza stessa dell’arte, nel nostro caso figurativa.

Alle radici di una creatività sempre incompiuta

Concetti che a poco poco si disvelano attraverso la figura del giovane americano, il quale entra lentamente nel mondo di Giacometti cercando di penetrarlo in tutto quel caos per andare alle radici della sua creatività; esplorando, ad un tempo, anche se stesso, posto al centro di un intrico artistico del tutto inedito. Dove, ad esempio, quel ritratto sembra andare e venire, allontanarsi e ritornare come se il pittore sia incapace di controllarlo, dubbioso e determinato a rimanere costantemente insoddisfatto nello smontare rimontare il suo lavoro che mai può dirsi davvero finito. Poi, in un modo o nell’altro, James riuscirà a convincere l’artista  di aver completato, almeno parzialmente, l’opera che lo riguarda: salutandolo per tornare, finalmente, a casa ma per non rivederlo, purtroppo in futuro (la morte coglierà l’altro poco tempo dopo).

Il ruolo risolutivo della recitazione

Il racconto cinematografico viene scandito dai giorni come fossero capitoli di un unico bislacco romanzo di conoscenza. Sfera nella quale, naturalmente, la funzione degli attori e l’impostazione del loro recitare diventano risolutive. Basti guardare, del resto, l’immensa presenza di Geoffrey Rush nella parte di Giacometti: uno spessore, un’irruenza e, insieme, degl’improvvisi imprevedibili dettagli di dolcezza che conquistano, incidendosi sul film e i suoi pregevoli contenuti. Anche gli altri, comunque, assecondano al meglio il progetto, a partire da Hammer nella figura di Lord, certo meno carismatico di Rush ma decisivo per la corretta lettura della storia.

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Voto: 3/5
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