I 10 documentari più belli di sempre

Al primo posto L'uomo con la macchina da presa del sovietico Dziga Vertov. E poi...

Frame del film "L'uomo con la macchina da presa"

Simona Santoni

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Sight & Sound, rivista cinematografica del British Film Institute, ha stilato la classifica dei documentari più belli di sempre. Per farlo ha intervistato 340 persone tra critici e filmmaker. Ne è uscita una lista di 56 film (qui l'elenco completo). Noi ne segnaliamo la top ten.

Eccola. 

1) L'uomo con la macchina da presa (1929) del sovietico Dziga Vertov

Film sperimentale, muto e in bianco e nero, senza didascalie e senza attori, nasce dalla convinzione che il cinema debba rappresentare la vita per come è vissuta. È il monumento del Kinoglaz, il "cine-occhio", che sostiene la neutralità della macchina da presa, che deve bandire tutto ciò che non è preso dal vero. A tal fine offre il ritratto di un giorno nella quotidianità di una grande città dall'alba al tramonto, anche se in realtà sono riprese Odessa, Mosca e Kiev.
L'uomo del titolo con la macchina da presa, il vero operatore, è il fratello del regista, Mikhail Kaufman, mentre la moglie Yelizaveta Svilova è la montatrice: entrambi appaiono al lavoro sullo schermo. Dal punto di vista tecnico il doc esibisce primissimi piani, slow motion, fast motion, salti di scena... Usa effetti visivi all'avanguardia per l'epoca. In quanto muto, il film non aveva colonna sonora, ma dagli anni '30 vi sono state apposte svariate musiche.

 

2) Shoah (1985) del francese Claude Lanzmann

Documentario monumentale sullo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti durante la seconda Guerra mondiale, dura ben 613 minuti nella versione francese (è stato diffuso negli altri Paesi in versioni poco più corte). Si basa su 350 ore di riprese, effettuate tra il 1974 e il 1981. Si compone di interviste a testimoni della Shoah e di scene girate sui luoghi del genocidio.
Grande la sua importanza storica, come pure l'impatto emotivo.

 

3) Sans Soleil (1983) del francese Chris Marker 

Documentario alternato a parti di fiction, è stato girato perlopiù in Giappone e in Guinea. Il titolo è preso da una serie di canzoni di Modest Mussorgsky. In un'atmosfera di sogno si articola una complessa riflessione sul tema della memoria e del viaggio. 

 

4) Notte e nebbia (1955) del francese Alain Resnais 

Documentario sull'Olocausto della durata di 32 minuti, fu commissionato per il decimo anniversario della liberazione. Resnais maneggia il materiale d'archivio con potenza, alternando immagini in bianco e nero con quelle a colori. 
Tra i periodi storici immortalati. Si inizia con il 1933 con l'avvento del Terzo Reich, si continua con la costruzione segreta dei campi di concentramento, il trasporto dei prigionieri e la creazione della cultura infernale della morte nelle camere a gas; si conclude con la liberazione nel 1945 e con l'interrogativo di come si dovrebbe conservare la memoria degli orrori. Il regista riteneva il film più che un documentario una meditazione. 

5) La sottile linea blu (1988) dello statunitense Errol Morris

Mescolando materiale documentaristico, interviste e fiction, ricostruisce l'omicidio di un poliziotto del Texas e l'ingiusta condanna di Randall Adams, sempre proclamatosi innocente. Col fiuto dell'investigatore, Morris aveva intuito la sua non colpevolezza. Grazie all'uscita del film il caso venne riaperto e Adams assolto e rilasciato dopo 12 anni di carcere ed esser stato nel braccio della morte. 

6) Chronique d'un été (1961) dei francesi Jean Rouch e Edgar Morin

Il primo è regista e antropologo, il secondo è sociologo. Nella Parigi dell'estate 1960 i due intervistano i parigini chiedendo informazioni personali. La prima domanda è: sei felice? I temi sono vari: amore, lavoro, tempo libero, cultura, razzismo. Il film mette anche in discussione il livello di verità che può raggiungere il cinema documentaristico: che personaggio interpretiamo quando siamo davanti alla macchina da presa e nella vita?

7) Nanuk l'eschimese (1922) dello statunitense Robert J. Flaherty

Film muto, riprende un anno della vita di Nanuk e della sua famiglia, membri della comunità Inuit, popolo eschimese della fredda Alaska. È considerato il primo lungometraggio documentario anche se Flaherty è stato accusato di aver distorto la realtà e di aver agito molto di finzione. 

8) Les Glaneurs et la glaneuse (2000) della francese Agnès Varda

In giro per la Francia, la regista incontra "spigolatori", ovvero giovani, vecchi, agricoltori, lavoratori dipendenti, pensionati, che "spigolano" cioè raccattano, raccolgono, recuperano, nei campi o negli alberi dopo il raccolto, in città o nelle spiagge, prendono le verdure buttate via della aziende, frugano per le strade durante la raccolta dei rifiuti ingombranti... Poveri o maniaci. Alcuni oggetti vengono poi riutilizzati dagli artisti.

9 ex-aequo) Dont Look Back (1967) dello statunitense D. A. Pennebaker.

Girato in presa diretta in un paio di settimane, si concentra sui concerti che Bob Dylan tenne nel Regno Unito nel 1965. Viene rappresentato un Dylan agli inizi della sua carriera, poco più che ventenne, senza trascurare il suo lato più narcisistico e quasi presuntuoso. 

9 ex-aequo) Grey Gardens (1975) degli statunitensi Albert e David Maysles, Ellen Hovde, Muffie Meyer

Due donne raccontano la loro storia, una vecchia madre e sua figlia di mezza età, ovvero la zia e la cugina di Jacqueline Kennedy Onassis, che vivono in maniera eccentrica in uno sporco e decadente palazzo a East Hampton, New York.

 
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