Claudio Trionfera

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Sono arrivati. Chissà da dove. Chissà perché. Alla fine, solo uno dei due quesiti verrà risolto. Ma il fatto strepitoso, eccezionale, è che siano lì. Anzi qua, sulla Terra. Gli Alieni.

Quest’invasione la racconta Arrival (in sala dal 19 gennaio), firmato dal canadese Denis Villeneuve, uno dei cineasti migliori della generazione dei cinquantenni già candidato all’Oscar con il prezioso e rinomato La donna che canta del 2010 e, soprattutto, scelto per firmare il sequel di Blade Runner in uscita nel prossimo autunno. SF pura e classica. All’inizio. Con enormi navi provenienti dallo spazio profondo piazzate in dodici punti del pianeta, dalla Cina al Pakistan, dalla Siberia al Nevada. Sono apparse all’improvviso, nere, oblunghe, ovoidali, sospese in verticale a pochi metri dal suolo, alte quasi cinquecento metri. Quella del Nevada la si segue più da vicino perché la storia si svolge là, il resto si vede dai monitor e dai notiziari televisivi, sempre più impazziti nella concitazione planetaria che striscia lungo il confine della follia collettiva.

Linguaggio di vibrazioni e risonanze
Stati Uniti, dunque, nella centralità narrativa che quasi sempre s’accosta al genere. E militari in prima fila, naturalmente. Che arruolano sotto i comandi del colonnello Weber (Forest Whitaker) un’ancor giovane ma consumata linguista, Louise Banks (Amy Adams), affiancandole il fisico matematico Ian Donnelly (Jeremy Renner) per trovare una chiave di relazione con gli extraterrestri e col loro modo di comunicare del quale, al momento, si conoscono solo delle vibrazioni e delle risonanze gutturali, cavernose, viscerali, lugubri. In qualche modo ancestrali. Gli incontri ravvicinati si svolgono nell’astronave, in quella che gli umani chiamano “guscio”, dove l’equipe di studiosi e soldati viene accolta periodicamente per confrontarsi – separata da una parete trasparente - con gli alieni i quali, evidentemente, hanno qualcosa da dire e, lo si vedrà nell’epilogo, da dare.

Louise, la “mediatrice culturale”
Ma l’ensemble è minaccioso. Si capisce che quella razza, volendo, potrebbe mangiarsi il pianeta in tre minuti. Difatti l’atmosfera è cupa, come quei vascelli bruni e rugosi, sinistri come un dio della guerra. “Loro” sono avanti migliaia di anni. Avanti. Ma anche indietro. Perché recano una concezione totale del tempo che non appartiene  alla nostra conoscenza. Hanno varcato la velocità della luce irrompendo in una dimensione ove tutto è possibile. Anche ciò che Louise Banks, trafitta dal dolore di aver perso una figlia e divorata dal ricordo di lei, neppure crede concepibile. E forse è proprio Louise, quasi inconsapevolmente, la vera “medium” di quell’evento fantasmagorico, autentica mediatrice culturale destinata a decodificare un linguaggio chiuso in segnali circolari ed arcani, così attigui alla rappresentazione dell’Uroboro, il serpente che si morde la coda simbolo esoterico del tempo ciclico, annunziatore di una verità e di una realtà travolgenti.

Il labirinto dello spaziotempo
S’incomincia con l’invasione e si aspetta la devastazione in un clima truce, torvo e intimidatorio, magari con qualche raggio della morte. Invece niente. Pure se quella massa immota e silente terrorizza, meglio, angoscia più un Ufo distruttivo o di mostri urlanti e disintegranti. Ma se la partenza è da Independence Day o da Guerra dei mondi, addirittura da Kronos il conquistatore dell’universo, il seguito del cammino porta a livelli diversi e molto elevati, in un cambio di registro del tutto logico e non traumatico che piomba dalle parti di Interstellar e perfino di una leggenda come Solaris di Andrej Tarkovskij col suo oceano pensante e atemporale. Fantascienza metafisica, un po’ anche metafantascienza. Che s’infila nel labirinto teorico dello spaziotempo deformato e produce un film affascinante, carico di pathos, di turbamenti, di energia. Dove passato e futuro si toccano nell’insieme universale.

Il mistero della vita e della morte
Villeneuve tratta la materia delicatamente. Consapevole di un salto stilistico peraltro bene armonizzato nelle dinamiche di una storia (ripresa da un racconto di Ted Chiang, Storia della tua vita) dai molti tracciati, intrigata dal mistero della vita e della morte, degli anni trascorsi e di quelli a venire, delle estensioni mentali e dei valori della memoria. Trasferiti, questi elementi e queste riflessioni, nella figura di Louise la quale, oltre il bel profilo che ne consegna una Amy Adams davvero generosa e solida nella parte, si esalta beneficiando di un montaggio complesso e misterioso, a tratti disorientante, che alla fine però si risolve come un puzzle, ciascuna tessera à sa place.

Un habitat inafferrabile
E gli alieni? Niente grigi ma eptapodi. Viaggiatori del Tempo. Tentacolari come piovre e monumentali, dalle grandi ventose stellate, scuri e senza volto, circondati da vapori e nebbie nel loro habitat inafferrabile. Ultra-Alieni, forse. Sono un prodotto siderale. E a suo modo surreale, nel segno estetico permanente e carico di simbolismi di quelle astronavi ovoidali sospese nel nulla che evocano Magritte e il suo celebre The Castle of the Pyrenees: onirico e remoto.

Un ulteriore interessante passo riconduce alla reattività del mondo, dei suoi governi e della sua gente davanti ad un avvenimento epocale capace di sconvolgere mercati finanziarii, dogmi religiosi, quotidianità. Il film ne descrive l’evoluzione in maniera molto plausibile e realistica nel cortocircuito dei sistemi economici e politici, nella risposta invasata e paranoica, addirittura insurrezionale delle folle, nella solita ottusa intenzione di ricorrere all’uso delle armi da parte delle amministrazioni più intransigenti: per risolvere la questione neppure comprendendone il senso e la portata. È un aspetto sul quale s’è ragionato spesso. E uno dei motivi per il quale, secondo gli ufologi, un’ipotetica presenza aliena sulla Terra - già realizzata per alcuni - rimane coperta dal segreto militare più impenetrabile.

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