spadafora riforma sport critiche polemiche
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Politica

Al via la riforma dimezzata di Spadafora. Meno poltrone e contratti fissi per gli sportivi

Niente accordo politico su governance e mandati, restano i nodi e le preoccupazioni di federazioni e società già piegati dalla crisi economica

Due anni di dibattito e alla fine la riforma dello sport, firmata Spadafora, ha visto la luce. Perdendo il suo pezzo più importante, ovvero il decreto numero 1 che conteneva le indicazioni su governance, organici e gestione della cassa, ma portando avanti gli altri vagoni di un treno che ora dovrà superare le fermate del Consiglio di Stato, del confronto con le Regione e del vaglio delle commissioni parlamentari prima di approdare definitivamente allo status di legge.


Un percorso per nulla scontato, visto il tono degli scontri che hanno caratterizzato gli ultimi mesi, ma che segna comunque una fase di avanzamento del documento che deve (dovrebbe) ammodernare il mondo dello sport che il Covid ha dimostrato esposto come e più di altri ai venti della crisi. Spadafora rivendica il lavoro fatto ("Non è una riformina" ha detto presentandola), eppure a storcere il naso sono in molti anche perché la bocciatura del decreto numero 1, che non ha passato il taglio del Consiglio dei ministri a causa del mancato accordo politico all'interno della maggioranza, lascia aperte una serie di criticità notevoli.

CIO, CONI E SPORT E SALUTE: I NODI IRRISOLTI

La rottura si è consumata ufficialmente sulla questione dei mandati e sul ruolo del presidente del Coni, Giovanni Malagò, la cui presenza ai vertici della Fondazione Milano-Cortina 2026 che gestirà tutta la partita dei Giochi assegnati all'Italia (grazie proprio al lavoro di Malagò) è stata motivo di scontro tra il Movimento 5 Stelle e gli alleati del Governo.

Alla fine tutto è rimasto, per ora, così come è adesso. Una soluzione che certamente non potrà essere accolta senza battere ciglio dal CIO che ha già preso posizione minacciando l'Italia di sanzioni che potrebbe costringere i nostri atleti a partecipare alle Olimpiadi di Tokyo 2021 senza bandiera. Non è detto che accada, anzi, ma è il segnale del livello delle criticità. Nessuna risposta è stata trovata ai problemi legati agli organici e alla distribuzione dei fondi che tengono in piedi l'attività dello sport italiano, dalla base fino ai vertici di interesse olimpico.

Già il Dipartimento per gli Affari Giuridici di Palazzo Chigi si era espresso in maniera molto critica su molti passaggi della riforma (Panorama ne aveva scritto nello scorso mese di ottobre) ed è facile immaginare che su ruoli e funzioni degli organismi sportivi si continuerà a combattere una battaglia non necessariamente sotterranea.

L'EMERSIONE DEI LAVORATORI DELLO SPORT

Ma a mettere in allarme il mondo dello sport, federazioni e associazioni, è soprattutto la parte (approvata) che si occupa dell'uscita dall'ombra al popolo di tutti quegli addetti fin qui sempre tenuto al riparo da qualsiasi forma di imposizione fiscale essendo al di sotto della soglia dei 10.000 euro l'anno di compenso e rimborso spese. Un esercito stimato in 450.000 allenatori, istruttori, dilettanti, arbitri e altre figure che è emerso proprio a causa della pandemia e che è stato oggetto delle attenzioni del ministero dello Sport e del Governo con una serie di contributi a pioggia per cercare di ristorare i danni da sospensione delle attività amatoriali e dilettantesche.

Il problema è che, imponendo per loro dal 2021, una sorta di regolarizzazione per dargli contributi previdenziali, assicurazione, malattia e una dignità lavorativa mai avuta in precedenza, ad andare in crisi rischia di essere tutto il sistema. Molte federazioni lo hanno già detto apertamente. Gianni Petrucci, ex numero uno del Coni e oggi presidente della Federbasket è stato il più diretto: "Nessuna federazione o società sarà in grado di sostenere i costi del lavoro sportivo". Anche tenendo conto dei soldi che il Governo conta di mettere come sostegno e facilitazione, cioè il fondo da 100 milioni di euro per il 2021 e 2022 annunciato dal ministro Spadafora.

In tempo di crisi, con decine di migliaia di società e associazioni sportive che temono di non riaprire più alla fine delle norme restrittive, doversi fare carico di costi extra può rappresentare il colpo di grazia. E senza sport amatoriale e di base è impossibile immaginare che il vertice della piramide possa esprimere in futuro le eccellenze cui lo sport italiano si è abituato dentro un modello che ha storicamente garantito al nostro Paese un ruolo traino nel panorama mondiale.

ABOLIZIONE DEL VINCOLO E PROFESSIONISMO DONNE

Preoccupazioni che in parte toccano anche altri due punti controversi della riforma. Il primo è l'abolizione del cosiddetto vincolo sportivo per giovani e dilettanti. In astratto un'idea buona e giusta, perché significa lasciare la massima libertà ai ragazzi di disegnarsi la propria traiettoria e carriera nel mondo dello sport, in concreto un altro duro colpo alle società che si occupano di formazione. Non è un caso che a sollevare il problema sia stata soprattutto (ma non solo) la Lega Nazionale Dilettanti con ferma presa di posizione del suo presidente Cosimo Sibilia: "Queste norme rappresentano una grave minaccia per l'esistenza del calcio dilettantistico a partire dalle scuole calcio e coinvolgendo l'intera filiera dell'attività giovanile".

Spadafora ha sostituito il vincolo con un premio di formazione da riconoscere a chi si occupa dei primi passi dei futuri atleti, ma il timore è che migliaia di società vedano andare in fumo anni di sacrifici, lavoro e investimenti già messi a dura prova dal Covid. Anche il professionismo femminile, di per sé una buona notizia, rischia di arrivare in un momento storico in cui pagarne i costi è impresa ardua per i futuri datori di lavoro. Lo sport in rosa sta soffrendo terribilmente la pandemia e le sue restrizioni: la dieta dimagrante alla voce visibilità e ricavi, che sta mettendo in ginocchio anche il calcio ricco e professionistico della Serie A, ha un effetto ancora più dirompente ai piani inferiori. La riforma, è il ragionamento di molti, invece di aiutare crea altri vincoli e difficoltà.

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