​Soldato Ucraino
Ansa
Politica

Panorama, le due guerre e la nostra autonomia

L'editoriale del direttore

Panorama non ha appoggiato incondizionatamente la guerra in Ucraina, ma si è spesso interrogato sulle cause e sulle conseguenze e non abbiamo concluso che tutte le colpe sono di Mosca. E sulla questione Israele e Palestina penso che ad Hamas non importi niente dei palestinesi, ma solo di istituire un Repubblica islamica sul modello iraniano.

Massimo Diana, da tempo abbonato a Panorama, mi ha scritto una lunga lettera in cui, pur riconoscendo che il nostro settimanale fa da «argine alle inondazioni della vulgata sinistro-liberal-progressista», mi rimprovera quella che chiama una certa «partigianeria anomala», non in linea con gli indirizzi «anticonformistici» del giornale. Il riferimento è alla guerra in Ucraina e a quella scoppiata di recente tra Palestina e Israele. Secondo lui, dimentichiamo spesso come l’invasione russa che ha scatenato un conflitto che dura da quasi due anni non nasca nel febbraio del 2022, ma una ventina d’anni prima, quando gli Stati Uniti inaugurarono una strategia per interrompere i proficui rapporti economici fra Mosca e l’Europa. Per quanto riguarda invece la guerra a Gaza, non inizia con il 7 ottobre scorso ma, senza andare troppo lontano, nel 1920, con il sionismo ebraico che ha defraudato i palestinesi della loro terra. Ovviamente io sintetizzo molto il pensiero di Massimo Diana, che è assai più articolato, ma per pubblicare tutto avrei dovuto quasi fare un supplemento. Tuttavia, pur in estrema sintesi e usando parole sue, spero di aver brevemente riassunto le contestazioni.

Parto dalla prima, quella che riguarda l’Ucraina e le ragioni di un conflitto che ha già fatto centinaia di migliaia di morti (al momento non è dato sapere quanti siano in realtà, perché ognuno tende a minimizzare i propri e a massimizzare quelli del fronte opposto), tuttavia non credo di andare molto lontano nel dire che si sia già superato il mezzo milione di vittime, non certo tutte russe e nemmeno tutte ucraine. Quanto ai costi di questo scontro folle, credo che al momento nessuno sia in grado di definirli, ma oltre ai soldi che l’Europa e ogni singola nazione occidentale ha già speso in armi e misure di sostegno, c’è da mettere in conto un costo per la collettività dato dall’aumento dei prezzi e dalla crisi economica. Il risultato credo abbia già abbondantemente superato i cento miliardi di euro.

Se ho fatto questa lunga premessa, non è solo per inquadrare il problema, ma anche per ricordare che tutte queste cose le abbiamo scritte anzitempo. No, caro Diana, Panorama non ha appoggiato incondizionatamente la guerra in Ucraina, ma si è spesso interrogato sulle cause e sulle conseguenze e non abbiamo concluso che tutte le colpe sono di Mosca. Probabilmente, Vladimir Putin ne ha molte, ma credo che anche l’Occidente debba assumersene una parte. Lo zar del Cremlino è quello che è, ossia un dittatore a cui non importa nulla se al fronte muoiono centinaia di migliaia di giovani; ma a me sembra che, sul fronte opposto, nessuno si preoccupi se una generazione di giovani ucraini sia stata sterminata. In nome di molti interessi si è stabilito che un certo numero di vite sono sacrificabili. Non entro nel merito di quello che è successo in Donbass e in Crimea negli ultimi vent’anni: mi basta quello che sta succedendo ora lungo quella frontiera contesa e se, come appare sempre più probabile, alla fine si dovrà raggiungere una tregua, armata o no, quanto sarà costato quell’armistizio? Quanti morti e quanti soldi. Sono andato a riprendermi le nostre copertine pubblicate negli ultimi due anni e ne ho contate otto, tutte con titoli non proprio trionfalistici, ma anzi dedicate alle ricadute e ai problemi che rischiavano di essere travolgenti per l’Europa e per il nostro Paese. Dunque, caro Diana, non mi pare che Panorama si sia accomodato al pensiero unico. Al contrario, per aver criticato l’invio di armi è stato accusato di stare dalla parte dei russi.

L’altro argomento riguarda Israele. Lei ha ragione, le radici del conflitto mediorientale affondano in un periodo storico di cent’anni fa, quando nacque l’idea del focolare ebraico e del ritorno alla terra promessa dopo la diaspora e i pogrom in Europa. Lì viveva una comunità araba, che non era indipendente, ma faceva parte dell’impero ottomano. Gli ebrei acquistarono dei terreni (spesso dai ricchi palestinesi che preferirono stabilirsi a Damasco o in altre città mediorientali) e piano piano si ingrandirono, rosicchiando, anno dopo anno, territori che prima erano arabi. Nel 1948, dopo il protettorato britannico e un voto dell’Onu, si decise di creare due Stati. La cattiva coscienza dell’Occidente, per non aver fermato lo sterminio degli ebrei, forse fece pendere la bilancia a favore di Israele, regalando più terra a loro che ai palestinesi, i quali all’epoca erano più numerosi, però la risoluzione venne votata da tutte le grandi potenze, Russia compresa. Così, con due Stati creati a tavolino, cominciò la guerra, che in pratica non è mai finita, perché a una tregua e a una vittoria di Israele, poi segue un altro conflitto e l’ultimo è quello cominciato il 7 ottobre scorso.

Anche qui faccio una sintesi un po’ brutale, perché dai territori assegnati a Israele ci fu un esodo di centinaia di migliaia di palestinesi, in parte frutto della guerra che i Paesi arabi scatenarono contro Tel Aviv il giorno in cui nacque lo Stato con la stella di David (e che Israele vinse) e in parte frutto di una strategia precisa degli ebrei per liberarsi di possibili nemici. Sta di fatto che nell’ultimo secolo abbiamo assistito a molti esodi. Gente cacciata dalle proprie case, come accadde in Istria e Dalmazia, o come sta accadendo in Nagorno-Karabakh. Centinaia di migliaia di persone costrette alla fuga. L’Occidente ha delle responsabilità in tutto questo? Certo che sì. In particolare, le ha l’America, che si è sempre preoccupata di fare gli affari propri. Ma di colpe ne ha anche il mondo arabo, che da anni usa i palestinesi come carne da cannone per regolare i conti di una leadership regionale che in molti vorrebbero conquistare, ma nessuno ha voglia di combattere.

La liberazione della Palestina non è mai stata a cuore ai Paesi che si dicono pronti a entrare in guerra per cancellare lo Stato di Israele dalla faccia della terra. Come quella divertente scenetta di coloro che inneggiano al conflitto e dicono armiamoci e partite, fino che a morire sono i palestinesi, a Teheran, a Riad, a Damasco o ad Ankara non si fanno grandi problemi. Sì, la guerra è brutta e sporca e i torti non stanno mai da una sola parte, così come tutte le ragioni non sono mai da un’altra. Però, siccome so che a Hamas non importa niente dei palestinesi, ma solo di istituire un Repubblica islamica sul modello iraniano, purtroppo non riesco a sostenere le ragioni dei tagliagole, ma mi limito a osservare come ovunque cresca un’onda antisemita che, oltre a unire il mondo musulmano, non promette niente di buono per l’Occidente. Vuole sapere la mia? Io dividerei quella terra in due Stati, ma poi dovremmo mettere qualcuno (non certo l’Onu, che non sa vigilare nemmeno sulle sue spese) a controllare che i confini non siano violati e l’odio non continui a infiammare il Medio Oriente.

Per quanto riguarda la sua maliziosa insinuazione, e cioè che qualche cosa sia cambiato in redazione dopo l’arrivo di un nuovo socio di minoranza, la informo che nel corso degli anni molti azionisti sono entrati e usciti dalla nostra compagine sociale, e non soltanto non è cambiato nulla, ma la maggioranza è sempre stata saldamente nelle mie mani e così continuerà a essere anche in futuro. Dunque, se qualche cosa non va su Panorama è colpa mia, non di un socio. Perchénessun colosso della finanza d’Oltreoceano si è accomodato in redazione. Semmai un azionista (di minoranza) che condivide con noi la preoccupazione nei confronti di certe politiche europee che mirano a spogliare il nostro Paese di produzioni agricole, per fare un piacere - questo sì - alle multinazionali e alla grande finanza.

I più letti