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La svolta del Cio: rifugiati ammessi alle Olimpiadi di Rio

Il presidente Bach apre le porte del villaggio, purché siano atleti altamente qualificati. Il precedente del sudanese Marial nel 2012

Il Cio spalanca le porte del Villaggio Olimpico ai rifugiati con una decisione storica che porterà a Rio de Janeiro nel 2016, a patto che siano riconosciuti come "atleti altamente qualificati", anche uomini e donne ufficialmente senza patria e senza bandiera. L'annuncio lo ha dato il presidente Thomas Bach, rilanciando "un messagio di speranza" nel tentativo di "rendere il mondo consapevole della gravità della crisi".

Mai era accaduto, se non per un singolo caso a Londra 2012 ma si trattava di Marial, maratoneta sudsudanese, rifugiato in un Paese che da solo pochi mesi era stato internazionalmente riconosciuto e che, dunque, non aveva ancora un comitato olimpico locale. Marial aveva corso sotto le insegne del Cio piazzandosi al 47° posto. La sua era stata una partecipazione puramente simbolica.

A Rio de Janeiro, invece, le cose dovranno essere diverse e il primo segnale sarà l'apertura del Villaggio Olimpico anche ai rifugiati insieme ai circa 11.000 atleti rappresentanti 206 paesi. "Non avendo un team nazionale a cui appartenere, nessuna bandiera dietro la quale marciare, nessun inno nazionale che viene suonato alla vittoria, questi atleti saranno benvenuti ai Giochi dietro la bandiera olimpica e con l'inno olimpico" ha spiegato Bach.

La discriminante è che siano atleti qualificati (e dunque non semplici comparse). Il tentativo di Bach e del Cio è chiaro: provare a dare consistenza allo spirito olimpico che richiama alla pace e all'uguaglianza tra le persone di tutti i popoli. Un programma di assistenza è già attivo e un ulteriore fondo da 2 milioni di dollari è stato annunciato per i prossimi mesi.

Bach ha parlato davanti all'assemblea dell'Onu nella tradizionale cerimonia in cui ha chiesto ufficialmente la tregua olimpica in occasione delle Olimpiadi e Paralimpiadi della prossima estate.

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