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Società

50 anni Del Baretto: nozze d’oro con jet set

Buon compleanno il locale simbolo della Milano da bere

Sono due tipi veramente singolari, quasi letterari, Ermanno Taschera e Vincenzo Zagaria. Sempre in abito scuro, silenziosi e taciturni; un sorriso a destra, un inchino a sinistra, una stretta di mano cordiale all’ospite di sempre, mai un comportamento scomposto, mai una parola di troppo. Eppure, se volessero, Taschera e Zagaria di cose da raccontare ne avrebbero così tante da riempire le pagine di un’enciclopedia storica del gossip internazionale. Soci in affari, i due sono i patron del Baretto al Baglioni, uno dei più conosciuti e meglio frequentati ristoranti di Milano, che quest’anno festeggia i suoi 50 anni di storia: nacque, infatti, nel 1962 come American bar in via Sant’Andrea. Ora è all’interno dell’hotel Baglioni di via Senato.

«Non mi piace raccontare aneddoti sui nostri clienti, tutti nomi della finanza, cultura, giornalismo» mette le mani avanti il più ritroso Taschera. «Non è un caso che il logo del Baretto sia quello delle tre scimmie del motto: “Non sento, non vedo, non parlo”. Anzi, all’origine si chiamava Monkey bar. La discrezione è da sempre la nostra maggiore virtù. Posso raccontare dell’eleganza scomparsa, dei facoltosi russi che pretendono di entrare in bermuda e noi gli spieghiamo che il campo da tennis non è qui. Dei giovani rampolli che si vergognano a fare gli educati. Ma mai un nome».

Qui sono di casa i Marzotto, i Dompé, gli Agnelli, tutti i direttori dei giornali fanno colazione di lavoro da voi... «Ecco, i direttori dei giornali» interviene il socio Zagaria: «i più difficili da fare sedere ai tavoli. Quando prenotano contemporaneamente Vittorio Feltri e Ferruccio de Bortoli, per esempio, cerchiamo sempre soluzioni strategiche. Posso raccontare che l’amore tra Martina Colombari e Billy Costacurta è nato fra i nostri tavoli. Oppure che il salutista Henri Chenot ama cibi ricchi e abbondanti, compreso il rognone. Un tempo arrivavano eccentrici come Günther Sacks, in jeans e pull, ora c’è Philippe Starck vestito in tecnicolor. Oggi ci affascinano i nuovi clienti, cinesi, coreani, curiosissimi e impeccabili. Inutile però dirgli di non fare foto, è sempre un clic dopo l’altro. Non alle persone, per fortuna, ma al cibo. E pensare che non abbiamo neppure uno chef stellato. I nostri piatti sono dei classici. Come noi».

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