Scienza

L'arca di Noè era rotonda: le prove in un libro

Lo studioso inglese Irving Finkel ricostruisce la vicenda del diluvio universale sgombrando il campo da false interpretazioni

– Credits: Getty Images

Se pensate all’arca di Noè come a un’imbarcazione dalle forme comuni sappiate che c’è uno strano signore che avrebbe qualcosa da ridire.

Ha un aspetto che ricorda il vecchio e malandato Charles Darwin nei suoi ultimi anni di vita: con i suoi lunghi capelli bianchi che cadono sulla schiena, la folta barba candida come uno zucchero filato e gli occhiali tondi, Irving Finkel, curatore delle collezioni dell’antica Mesopotamia per il British Museum di Londra, dimostra cento anni benché ne abbia 63.

Non certo nell’aspetto però. Finkel è arzillo abbastanza da non suscitare dubbi quando rivela: "Nel momento in cui me ne sono reso conto sono scattato dalla sedia come una molla". Si riferisce alla sua scoperta che su una tavoletta babilonese risalente a circa 1900 anni prima di Cristo c’erano particolari finora sconosciuti sull’arca di Noè.

Scrittura cuneiforme

"Vede, la scrittura cuneiforme che ho decifrato mette in dubbio le ricostruzioni hollywooddiane: l’arca non era una vera e propria imbarcazione destinata a lunghi viaggi, ma una sorta di costruzione circolare di circa mille metri quadri che doveva semplicemente galleggiare e contenere tutte le specie animali".

Detto questo, Finkel si mette a raccontare le vicende di quella tavoletta babilonese che ha studiato per trent’anni, a congetturare sulla vera storia dell’arca di Noè, a spiegare la forza di questo mito in differenti culture. E allora è come essere trasportati nel passato sotto la guida del vecchissimo mago buono Albus Silente nella serie di Harry Potter.

"Le acque  del diluvio vennero sulla Terra (...) tutte le fonti del grande abisso eruppero e le cateratte del cielo si aprirono. Piovve sulla Terra quaranta giorni e quaranta notti", così nella Genesi a proposito di Noè che, avvertito da Dio dell’imminente diluvio universale, costruì una grande arca in cui salirono anche i figli e animali di ogni specie.

La vicenda narrata nella Bibbia, di un grande diluvio che sommerse la Terra e da cui si salvarono pochi uomini retti, è una storia che era nota a tutti. Ma solo nel 1872 fu trovata traccia del mito dell’arca di Noè nelle scritture cuneiformi.

L’assiriologo inglese George Smith aveva presentato le sue scoperte sulle tavole babilonesi all’allora primo ministro inglese William Gladstone, dichiarando che quello sarebbe stato solo l’inizio della ricostruzione di uno dei più importanti miti dell’umanità. Le sue parole furono profetiche.

Negli anni successivi saltarono fuori altre tre tavolette, due di origine sumerica e una risalente alla dinastia babilonese di Akkad. Diveniva chiaro che il mito dell’arca di Noè, sebbene in diverse versioni, era diffuso anche in altre culture.

Nell’epica babilonese si narrava di Utnapishtim, che sopravvisse a un diluvio mandato dagli dei. Un mito greco raccontava invece di Deucalione e sua moglie Pirra, che scamparono al diluvio voluto da Zeus per distruggere la razza umana.

Una visita inaspettata

Nel 1985 entrò in scena Finkel. O meglio un certo Douglas Simmons, sconosciuto nel mondo accademico, che andò a trovare Finkel al British Museum.

"Avevo sentito parlare di Simmons prima di conoscerlo fisicamente. Possedeva una collezione di vari oggetti antichi che aveva ereditato da suo padre Leonard, un membro della Royal Air Forcein distaccamento in Medio Oriente" racconta Finkel.

"Non mi ero mai interessato a lui: era un tipo che non riuscivo bene ad inquadrare". Finché Simmons non tirò fuori un cofanetto e lo aprì: a Finkel quasi uscirono gli occhi fuori dalle orbite.

Lo aveva capito subito: si trattava di una copia del mito babilonese del diluvio universale. Il problema fu che di quella scrittura cuneiforme Finkel ebbe il tempo di memorizzare solo alcuni segni. Altre parti erano rovinate e avrebbero richiesto un’analisi approfondita.

"Ho bisogno di giorni di studio per carpire i segreti di questa tavoletta" disse Finkel, ma Simmons fece spallucce, incartò la tavoletta, la ripose nel cofanetto e se ne andò.

Finkel pensò a quella tavoletta per anni e anni senza venire a capo di quanto aveva visto superficialmente. Nel frattempo la scienza si chiedeva se il diluvio universale era un mito o era realtà.

Alla fine degli anni ‘90, due geologi americani, William Ryane e Walter Pitman portarono prove decisive a favore di un’ipotesi suggestiva: fino a  12 mila anni fa il bacino dell’attuale Mar Nero era occupato da un enorme lago di acqua dolce, diviso dal Mare di Marmara e dal Mar Mediterraneo da una sottile striscia di terra; lo sciogliersi dei ghiacciai, alla fine dell’era glaciale, provocò un innalzamento di questi mari che irruppero (circa 7 mila anni fa) nel bacino del Mar Nero, innalzando il livello del lago di almeno cento metri e provocando piogge torrenziali.

Ma davvero il mare si riversò sul lago catastroficamente? O fu un processo lento e graduale? Queste domande restarono inevase per anni finché Mark Siddal, un oceanografo dell’Università di Berna, sulle pagine di Nature riportò i risultati di simulazioni al computer su come poteva apparire un evento simile a un osservatore sulla riva del Bosforo.

Un libretto di istruzioni

Le sue conclusioni erano note: lo scenario più probabile era quello di un flusso di dimensioni colossali. Da quell’articolo in poi molte le conferme: la scoperta di una canale sommerso alla bocca dello stretto nel Mar Nero, forse scavato dalla forza della corrente; le stesse caratteristiche del fondale in cui si alternano colline di sabbia lunghe molti chilometri, conseguenza di impetuose correnti di sedimenti sottomarini.

Secondo i calcoli di Siddal, furono sessantamila al secondo i metri cubi di acqua che si riversarono sul bacino, cioè venti volte il flusso delle cascate del Niagara. Ci vollero però trentatrè anni, e non quaranta giorni come dice la bibbia, perché il Mar Nero raggiungesse il livello del Mar di Marmara.

Non sappiamo cosa dovette pensare Finkel di quelle scoperte. Quel che riferisce è che nel 2009 nel corso di una mostra al British Museum intitolata Mito e realtà scorse Simmons mentre sbirciava reperti archeologici.

Si fece largo tra la folla, lo raggiunse e con tutta l’arte di persuasione di cui era capace gli chiese di avere la tavoletta. Alla fine Simmons, invogliato dalla promessa di esporre il suo reperto, si convinse.

Appena ricevuto il reperto Finkel si mise al lavoro: quella tavoletta di 11,5 cm per 6 cm contenente 60 righe, dice, era una sorta di libretto di istruzioni su come costruire l’arca.

"Le righe più importanti si riferiscono a quanto il dio Enki ordina all’eroe Atra-hasis, una sorta di corrispettivo babilonese di Noè: Fai attenzione al mio consiglio così che tu possa vivere in eterno! Distruggi la tua casa, costruisci un’arca, disprezza i tuoi possedimenti/ E salva la vita! Disegna l’arca che costruirai a pianta circolare".

Nei suoi studi successivi Finkel individuò il tipo d’imbarcazione descritta nella tavoletta con una specie di enorme zattera rotonda in uso nei fiumi dell’antica Mesopotamia: misurava circa 69 metri i diametro e aveva muri alti sei metri, tali che perfino a una giraffa fosse precluso di guardare oltre.

Poi, come Finkel ha rivelato a The Guardian, fu la volta delle righe numero 51 e 52. Dopo un lavoro lunghissimo di pulitura e ricostruzione emerse che la  cinquantunesima riga così recitava: "e gli animali selvaggi della steppa"; e la cinquantaduesima: "due ognuno, a due a due".

Questo è proprio quanto dice il libro della Genesi che risale a mille anni più tardi, quando i Giudei di Gerusalemme furono deportati in Babilonia sotto il regno di Nabucodonosor II. Fu in quella circostanza che appresero del mito del diluvio universale.

Le righe 51 e 52 per mezzo della Genesi hanno influenzato fino ad almeno il 1600 la nostra concezione del mondo vivente tanto che, come spiega lo storico della scienza Paolo Rossi, lo studioso Athanasius Kircher aveva ipotizzato che dentro l’arca vi erano 50 specie, tutte quelle esistenti.

Tutte le altre si sarebbero evolute dopo il diluvio dall’incrocio delle cinquanta coppie all’interno dell’arca. Di spazio, d’altronde, secondo la traduzione di Finkel ce n’era a sufficienza.

"C’è qualcosa nel mito del diluvio universale che appartiene al profondo della natura umana: l’dea di una natura o un Dio che può spazzare via la nostra schiatta, l’idea di un eroe salvatore, l’idea che la specie umana troverà prima o poi una soluzione grazie al suo ingegno" conclude Finkel.

"Ecco perché questo mito è diffuso in culture estremamente diverse tra loro". C’è un’unità nella profonda diversità delle civiltà che si sono avvicendate nella storia della Terra.

 

Irving Finkel

The Ark before Noah: Decoding the Story of the Flood

Hodder & Stoughton

352 pp., 30 $

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