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Psg padrone d’Europa (ed è stata una finale di grande calcio)

Psg padrone d’Europa (ed è stata una finale di grande calcio)

Il Paris Saint-German campione d’Europa per la seconda volta di fila, Arsenal sconfitto ai rigori. Il trionfo dei soldi del Medio Oriente e una finale che non ha deluso le attese.

Come a Monaco di Baviera, ma questa volta soffrendo fino in fondo. Il Psg torna sul tetto d’Europa, conquista la Champions League battendo ai tiri di rigore l’Arsenal campione d’Inghilterra e diventa la prima squadra oltre al Real Madrid capace di fare il back to back nell’Europa che conta da quanto la vecchia Coppa dei Campioni ha lasciato il posto al nuovo campionato del Vecchio Continente.

Per Luis Enrique è la definitiva consacrazione, ammesso che ce ne fosse bisogno. Quella alzata al cielo di Budapest è la terza coppa dalle grandi orecchie della sua carriera di allenatore, ma mentre la prima era arrivata (Berlino, 2015) sotto l’ala protettrice del Barcellona le due regalate al Psg sono per intero frutto del suo modo di intendere il calcio. Che è tutt’altro che comodo e accomodante, come ha imparato sulla sua pelle Gigio Donnarumma mandato lontano da Parigi nonostante il ruolo di protagonista nella cavalcata di un anno fa.

Il Paris Saint-German trionfatore alla Puskas Arena in una finale scorbutica ed equilibrata, tattica e a lungo controllata – l’esatto contrario della passeggiata contro l’Inter di Monaco di Baviera – è stato un piccolo grande capolavoro del tecnico spagnolo. Il Psg vince e rivince perché forgiato a immagine e somiglianza del suo condottiero, capace di attaccare sprigionando tutta la sua qualità e anche di risalire la corrente contraria. Soffrire e ripartire, tenere palla e aggredire. Tutto in un’unica squadra che ha aperto un ciclo quasi unico in Europa nel momento in cui ha scelto di tradire le sue origini.

Psg padrone d’Europa (ed è stata una finale di grande calcio)
(Ansa)

Il bis parigino è anche la conferma che il denaro che viene dal Medio Oriente si è preso definitivamente il calcio europeo. Nell’albo d’oro della Champions League dell’ultimo lustro compaiono gli investimenti emiratini di Khaldun al-Mubarak e del Manchester City e la montagna di denaro riversata da Nasser Al-Khelaifi per conto del fondo sovrano del Qatar. Per più di un decennio hanno recitato la parte dei ricchi (non troppo) scemi, quelli che al limite vincevano a casa loro, per quanto prestigiosa, ma si dovevano fermare sulla soglia del premio più importante.

Non è più così. La geografia del calcio europeo è cambiata e lo è anche nel risultato sportivo. Non è un caso, insomma, che il Psg abbia trionfato due volte in Champions League quando ha scelto di affidarsi a Luis Enrique abbandonando la politica della collezione di campioni, accatastare talenti e stipendi uno sopra l’altro senza dargli una forma: il collettivo conta più del singolo, la lezione attraverso la quale Luis ha disegnato la strada verso la vittoria. Lo stesso ha fatto Pep Guardiola a Manchester con il denaro dello sceicco.

La finale di Budapest è stata bellissima anche se non ha toccato le vette di qualità di gesti dei calciatori visti nelle serie precedenti della stagione. Guai, però, a misurare il valore di una partita solo dal numero di gol. Psg-Arsenal ha avuto tutto il meglio che si può chiedere a tecnici e squadre con filosofie diverse, mandate a memoria. E’ stata equilibrata, tattica, ragionata e controllata: è stato calcio con la C maiuscola, con buona pace dei giochisti a tutti i costi e del football videogioco che vogliono propinare.

L’Arsenal ha perso perché è mancato in alcuni dettagli. E’ stato bravissimo a costruire la sua finale sul vantaggio immediato di Havertz, intenso nella difesa e poi verticale nelle ripartenze. L’hanno condannata gli errori di Eze e Gabriel dal dischetto, il suo popolo ha pianto perché sognava la prima volta ma si deve consolare per una stagione in cui è già caduto il tabù della Premier League. Arteta è arrivato a tanto al settimo anno di una gestione infarcita di grande calcio e concenti delusioni: nessuno l’ha mandato via. Anche questa è una lezione.

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