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Esteri

Pechino investe a Kabul

Gli occidentali fanno le valige e la Cina stringe i rapporti con l’Afghanistan

Il presidente Karzai accoglie la delegazione cinese a Kabul (Credits: Xinhua)

Era dal 1966 che Pechino non inviava a Kabul un rappresentaste governativo di rango elevato. Anche per questo la visita di sabato a Kabul di Zhou Yongkang , membro del Comitato permanente dell' ufficio politico (Cpup), ha fatto molto rumore nonostante le sole quattro ore di permanenza nella capitale afghana.

Zhou Yongkang, anticipato a Kabul dal dono di 100 ambulanze cinesi al ministero della Sanità afghano, ha incontrato il presidente Hamid Karzai e l’agenzia di stampa Nuova Cina ha precisato che la visita aveva lo scopo di “rafforzare la collaborazione strategica e favorire la pace, la stabilità e lo sviluppo della regione”.

Afghanistan e Cina hanno firmato un protocollo d'intesa riguardante la cooperazione economica e un altro documento che concretizza l'accordo strategico siglato  nel giugno scorso da Karzai a Pechino e che impegna i due Paesi a scambiarsi informazioni d’intelligence e a intensificare i controlli di frontiera per combattere terrorismo, estremismo religioso, separatismo e crimine organizzato.

L’Afghanistan confina a nord-est, per 75 chilometri, con la turbolenta regione cinese dello Xiniang, dove la maggioranza uigura musulmana rivendica una maggiore autonomia dal governo di Pechino ed è accusata da quest’ultimo di separatismo e terrorismo.

L’arrivo dei cinesi a Kabul coincide con il rapido procedere del ritiro delle truppe alleate e con l’interesse crescente per le ricchissime risorse minerarie afghane , valutate oltre 3mila miliardi di dollari ma difficilmente sfruttabili senza la pacificazione del Paese e la realizzazione di ampie infrastrutture.

La partenza delle forze della Nato e gli screzi mai sopiti con Washington hanno da tempo indotto Karzai a cercare partnership strategiche con Paesi vicini come Russia, India e Cina mentre sul piano economico Pechino, sempre a caccia di risorse e materie prime, sembra voler investire in Afghanistan dove dal 2002 ha fornito aiuti per un miliardo di dollari.

I cinesi furono del resto i primi a firmare accordi con Kabul per lo sfruttamento delle risorse minerarie con il contratto del 2007 per la  miniera di rame di Aynak, nella provincia di Logar. Il ministro per le Miniere afghano, Ibrahim Adel, e il gruppo metallurgico statale cinese Mcc, definirono un contratto del valore di 3,5 miliardi di dollari per l'estrazione del metallo con una serie di progetti di sviluppo delle infrastrutture partiti l’anno scorso che prevedono la costruzione da parte della MCC di una centrale a carbone, scuole, ospedali, moschee, strade e ferrovie. Ovviamente se le condizioni di sicurezza lo consentiranno e se si riuscirà a sminare un’area nella quale la presenza del minerale fa impazzire i metal detector.

Il giacimento, scoperto dai sovietici nel 1974, è considerato il più grande del mondo e le stime ritengono contenga 11,3 milioni di tonnellate di rame per un valore di 88 miliardi di dollari. Una volta a regime l'attività estrattiva impegnerà 8 mila lavoratori afghani, 30 mila con l'indotto. La Cina ha progetti anche in altri settori.

In campo agricolo ha stanziato 24 milioni di dollari per consentire a studenti afghani di specializzarsi a Pechino mentre la compagnia petrolifera statale China National Petroleum Corporation (Cnpc) ha avviato uno studio di fattibilità per un gasdotto che porti il gas del Turkmenistan alla Cina attraversando Tagikistan e Afghanistan e per continuare le ricerche trivellazioni iniziate nel 2011 nelle provincie afgane di Sari Pul e di Faryab, dove si stima ci siano da estrarre circa 87 milioni di barili di greggio.

Con investimenti limitati rispetto agli aiuti forniti dai Paesi occidentali, la Cina si è aggiudicata le prime importanti concessioni per sfruttare le ingenti risorse afghane. Un paradosso se si pensa che nessun soldato cinese ha mai combattuto (finora) in Afghanistan. Anche i contratti cinesi dipendono però dall’incognita della sicurezza e da quello che accadrà dopo il ritiro della Nato.

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