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Esteri

A Berlino i “collaborazionisti” afghani

La Nato si ritira e i collaboratori afghani delle truppe tedesche ora temono rappresaglie

Interprete traduce la conversazione tra un militare italiano e uno afghano (Credits: G. Gaiani)

I 130 mila militari alleati che entro un paio d’anni lasceranno l’Afghanistan potrebbero portarsi dietro un gran numero di afghani. Interpreti, informatori, cuochi, infermieri, addetti alle pulizie e persone che a vario titolo hanno collaborato con le truppe alleate, cioè con gli “occupanti stranieri” e gli “infedeli” dal punto di vista dei talebani, che ora temono le rappresaglie degli insorti. “Se restiamo ci ammazzano tutti. Ci daranno la caccia finché ci avranno ammazzati tutti” sostengono i collaboratori del contingente tedesco schierato nel nord dell’Afghanistan che chiedono asilo in Germania.

“Ogni giorno prego Allah affinché le truppe alleate non si ritirino dal mio Paese” - ha raccontato allo Spiegel Mohammed Schah che lavora per il comando tedesco a Mazar-i-Sharif. “Se i soldati tedeschi vanno via io non solo perdo il lavoro ma devo anche temere per la vita mia e della mia famiglia".

Secondo l’interprete “i talebani sanno bene chi lavora per la Nato e già adesso ci minacciano con volantini e addirittura con sms. Ci considerano traditori perché abbiamo aiutato gli stranieri”. Come molti in Afghanistan anche Schahm nutre poca fiducia nelle capacità del governo afghano di controllare la sicurezza dopo il ritiro degli alleati. “Davanti ai talebani scapperanno tutti”.

Un timore confermato dal portavoce talebano Sabihullah Mudschahed che ha fatto sapere che “quando gli stranieri se ne saranno andati i collaborazionisti pagheranno il prezzo del loro tradimento”.I 5 mila militari tedeschi si avvalgono della collaborazione di circa 3 mila afghani che con le famiglie raggiungono un numero di  20 quasi mila persone alle quali Berlino potrebbe dare asilo e in questo caso sarebbe davvero per ragioni umanitarie. La Bundeswehr vorrebbe aiutare i “suoi” afghani a raggiungere la Germania, posizione condivisa da tutti i partiti anche se il governo teme che un elevato numero di immigrati possa facilitare l’infiltrazione di terroristi.

Stati Uniti e Gran Bretagna, che già in passato hanno avuto problemi simili dal Vietnam all’Iraq, concedono poche centinaia di visti d’ingresso all’anno (Washington solo 500 per gli afghani) consentendo così di esaminare con cura caso per caso le richieste.Nelle fasi finali della Seconda guerra mondiale migliaia di cittadini dei Paesi europei che avevano cooperato con le forze d’occupazione tedesche fuggirono verso la Germania insieme alle truppe del Reich davanti all’avanzata degli alleati.

Come sottolinea Enzo Piergianni, che sul quotidiano Libero si è occupato della vicenda tedesca, il problema di aiutare i collaboratori afghani "riguarda anche l’Italia e gli altri Paesi partecipanti alla missione in Afghanistan che hanno reclutato personale locale nel proprio contingente”. Del resto la necessità di aiutare i collaboratori di guerra non è nuova per gli italiani. Nell’aprile 1994, dopo 18 mesi di missione in Somalia sotto ae bandiera dell’Onu il contingente italiano venne rimpatriato insieme ad alcune decine di somali che avevano lavorato per noi e che temevano, per sé stessi e loro famiglie, la vendetta dei Signori della guerra.

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