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Nomine Rai: tensione in Transatlantico

Riuscirà Monti a far crollare il simbolo principe della lottizzazione?

Il Presidente del Consiglio, Mario Monti (Credits: Mauro Scrobogna /LaPresse)

“La Tarantola ha morso, diamo inizio alla danza”, è il brioso commento di un deputato del Pdl che lascia intendere come “l’esilio di Lorenza Lei dalla Rai non resterà senza castighi”. Con un colpo di bacchetta magica il premier Monti, spinto dal vento dell’antipolitica, ha “commissariato il Parlamento” e trasferito a Chigi la competenza delle nomine. I partiti replicano in loro stile: con malumori e  distinguo di chi negli ultimi decenni è stato abituato a lottizzare il servizio pubblico per trarne vantaggi.

In realtà non si tratta di una novità. L’ordine del giorno sulla Rai era stato più volte opzionato nel corso delle lunghe cene a palazzo Chigi con i leader dei partiti di maggioranza. Ma “la pietanza non è mai stata servita al tavolo per il timore che alcuni commensali potessero abbandonare il banchetto. Oggi il clima è cambiato: Monti non si fida più dei partiti, e questi ultimi non sono più così compatti come qualche mese fa nell’assicurare la lunga tenuta del governo”, rivela una fonte di governo.

Il premier sa che deve fare in fretta. Si rimbocca le maniche e scende in campo per sporcarsi le mani. L’idea è quella di una nuova Rai che non sia più la pozza dove si sono abbeverati fino ad oggi i partiti. “Basta spartizioni, serve più trasparenza”. E passa il cerino in mano alle segreterie politiche.

Questi ultimi fiutano la trappola. Si spazientiscono, minacciano, poi si interrogano: continuare sulla vecchia strada del magna magna con il rischio di essere ulteriormente infilzati dai forconi dell’antipolitica? O assecondare oscuratamente il governo sperando che anche sulla Rai tolga una volta e per tutte le castagne dal fuoco? I palombari tifosi del cambiamento responsabile sanno che Monti ha ragione e tifano per la linea del governo. Poi ci sono i pescecani, quelli che hanno più da perdere dalla rivoluzione del servizio pubblico: navigano con l’intento di sbranare chi gli porta via il plancton.

Le acque delle segreterie politiche restano agitate. Nette le posizioni del Pdl che, per bocca di Cicchitto e Gasparri parlano di “forzatura” del governo; di Merlo e Fioroni del Pd che invitano Monti a scegliere “anche gli altri sette componenti del Cda”, e di Casini che prova a sparigliare tutti e si dice pronto a “rinunciare ad esprimere candidature se sarà l’esecutivo a indicare direttamente i consiglieri”. E c’è “chi lavora per far rotolare la testa della Tarantola”. Possibile? “Riponiamo la fiducia nella maggioranza dei due terzi in Commissione vigilanza”, rivela un deputato di centrodestra. “Quantomeno in prima battuta la signora dovrebbe restare a casa”.

Nulla è dato per scontato. Ci sono i responsabili, così come c’è il gran vociare off the records di chi tenta di frenare il cambio della guardia imposto dai professori a viale Mazzini.

Il Pd cerca argomenti forti da giocarsi in campagna elettorale: sostiene di non voler rigettare le indicazioni fatte dal governo e di non voler partecipare al voto dei consiglieri del Cda. “Ci limiteranno esclusivamente a votare l’indicazione della Tarantola”, sostiene Bersani. Il che – come ci fa notare un deputato esperto di servizio pubblico – “aprirebbe la strada ad un’ipotesi mai accaduta sino ad oggi: ossia la nomina di una Cda composto solo da persone di centrodestra”. Credibile? “E’ tutto così irrituale in questa vicenda che non mi stupirei”, è il commento di un democrat che fa notare il vicolo cieco in cui si è messo il suo segretario. “Dovremmo fare i conti per tre anni con un Cda della Rai a maggioranza Pdl! Già mi sembra di leggere la nota del Colle…”. Situazione che fotografa bene la confusione in casa Pd.

Il Pdl, dal canto suo, non è affatto intenzionato a digerire quello che viene definito un vero e proprio “metodo di commissariamento” della Rai da parte di Monti. C’è un passaggio non scontato – ci fa notare un pidiellino: qualora la vigilanza non riuscisse a nominare il nuovo Cda ci sarebbe una prorogatio degli attuali vertici, con “il risultato di avere un’azienda nei fatti congelata”. E se non si sbloccano i consiglieri, in automatico viene frenata anche la nomina del presidente. Ecco svelato l’Aventino degli azzurri. Quel che il centrodestra più contesta al governo è l’aver avanzato la candidatura di Luigi Gubitosi, nomina che viola palesemente la legge sul sistema radiotelevisivo. Una provocazione che potrebbe anche subire una ritorsione da parte delle forze politiche. C’è chi con sottile malizia ricorda che la nomina del Dg Rai spetta al Cda il quale, peraltro, si rifà solitamente ad una terna di nomi. “Ed il più votato potrebbe anche non essere Gubitosi”, solletica il pidiellino.

Il Terzo Polo si dice “pronto a rinunciare all’indicazione dei candidati in Cda se il premier avocherà a sé la scelta”. Queste le dichiarazioni ufficiali. In buvette, poi, c’è chi spiega come le nomine di viale Mazzini dipendano “strettamente da un accordo tra i principali partiti che sostengono la maggioranza”. E che non riguarda solo le caselle Rai. Nel negoziato entrerebbero anche molti dei provvedimenti parlamentari in agenda per questa settimana: dalla legge elettorale, al semipresidenzialismo per finire alla giustizia. Insomma, “se i franchi tiratori della strana maggioranza rinunciassero a creare pericolose impasse su questi provvedimenti, allora potremmo avere un Cda ed il suo presidente già entro questa settimana”, confessa un centrista.

Tattiche e compromessi a parte, i partiti non rinunciano al Cencelli di viale Mazzini e aprono il totonomine. Il Terzo Polo insiste per la conferma di De Laurentiis. Il contributo del Pd non sembra riservare delle novità rispetto a quanto fatto circolare qualche giorno fa: Umberto Eco e Stefano Rodotà restano i più accreditati. Una parte del Pdl vuole premiare Antonio Verro. Diversa la posizione degli ex An, invece, che chiedono l’ex capo dell’ufficio legale Rai Rubens Esposito. Infine, anche il Carroccio ha un suo candidato: Gloria Tessarolo, oggi nel consiglio di Rai cinema.

Quel che è certo è che anche la nuova governante della Rai è un buon pretesto per infiammare un dibattito politico sempre più esasperato e dal tono squisitamente elettoralistico. Al punto che “il fantaCda della Rai diventa il modo più accreditato per lanciare segnali e dire cose che sarebbe più prudente tacere”. Insomma, tutto fa brodo purchè se ne parli e si rallentino i giochi.

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