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Politica

Stefano Fassina: l’economista che divide il Pd

È stato tra i Ciampiboys. Ha lavorato al Fmi. Chede il voto anticipato. Ma dove vuole arrivare?  

 
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Fassina, Fassina, Fassina. Chissà quante volte in questi giorni di crisi economica, di pasticci finanziari e di nuove ricette europee avrete sentito nominare il nome di questo smaliziatissimo quarantenne del Pd. Chissà quante volte avrete sentito parlare di questo giovane dirigente che ha fatto infuriare il segretario del Pd e che ultimamente non perde occasione per far borbottare un po’ Matteo Renzi, un po’ Walter Veltroni, un po’ Enrico Letta , ultimamente persino Pier Luigi Bersani, e un po’ tutti coloro che nel Pd ammettono di sentirsi più vicini al riformismo del vecchio Tony Blair che al sindacalismo della signora Susanna Camusso. Già, Stefano Fassina. Ma chi è questo giovane che da due anni detta in modo severo la linea economica al Partito democratico?

Di Fassina si sa che ha 45 anni, che fa parte della segreteria del Pd, che è stato direttore scientifico dell’associazione Nens (Nuova Economia Nuova Società, think tank di Vincenzo Visco), che è l’uomo a cui il leader del Pd affida la revisione dei suoi più importanti discorsi di politica economica, che per tre anni (dal 1996 al 1999) è stato consigliere economico del ministero del Tesoro (ai tempi di Carlo Azeglio Ciampi), che per cinque anni (dal 2000 al 2005) ha lavorato a Washington al Fondo monetario internazionale e che oggi, a detta di tutti, è il ministro dell’Economia in pectore di quello che un giorno potrebbe essere (ma chissà se mai lo sarà) il governo Bersani.

La biografia di Fassina – importante da studiare in queste settimane in cui la linea economica del maggior partito d’opposizione per forza di cose sarà sempre più sotto gli occhi dei riflettori – non contempla però quello che forse è uno dei punti forti del curriculum dell’uomo più in ascesa nel Pd. Il punto riguarda il modo in cui Fassina è diventato lo spartiacque tra i due micropartiti presenti nel Pd: tra quelli cioè che stanno in tutto e per tutto con Bersani (e con la sua linea economica) e quelli che invece considerano sbagliata e contraddittoria la linea economica del partito.

Ed è anche per questo che per capire il senso dello scontro tra i riformisti (alla Letta, alla Veltroni, alla Renzi) e gli antigiavazziani (alla Bersani, alla D’Alema) bisogna osservare con attenzione i movimenti di Fassina, e soprattutto le occasioni in cui il responsabile economico si è ritrovato al centro dei grandi scazzi tra le anime del centrosinistra. Che sono quattro in particolare.

La prima è stata a gennaio, quando la minoranza veltroniana rilanciò a Torino le proprie idee di politica economica e quando Fassina inoltrò un documento privato ai colleghi economisti del Pd per condannare la linea politica dell’ex segretario (la cui «modernità offre la prospettiva della rassegnazione pragmatica e della subalternità politica alla destra»). La seconda occasione (clamorosa) si è verificata all’inizio di agosto, quando i suggerimenti della Bce (quelli della famosa lettera Draghi-Trichet) ebbero l’effetto di far scatenare un diverbio mica male tra il numero due di Bersani (Enrico Letta) e il braccio destro di Bersani (ovviamente Fassina): con il primo convinto che fosse una follia non far proprio il piano sulla crescita della Bce e con il secondo convinto che fosse invece una follia far proprio quel piano sulla crescita.

Su questo tema, Fassina e Letta hanno discusso in modo molto acceso durante un’importante direzione convocata a inizio settembre; e di questo tema, poi, sul modo cioè di porsi rispetto alle indicazioni della Bce (riforma delle pensioni, liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma del contratto di lavoro), il numero due di Bersani e il braccio destro di Bersani hanno continuato a discutere anche in altre occasioni.

Una su tutte: il 21 ottobre 2011, durante una manifestazione della Fiom, quando Fassina ironizzò sul fatto che Letta si fosse astenuto dallo «scendere in piazza con i lavoratori» e quando dall’entourage di Letta si rispose alle «provocazioni» definendole «difficilmente compatibili con l’equilibrio necessario per rappresentare tutto il Pd in una materia fondamentale come quella affidata alla sua responsabilità».

Dialoghi a distanza a parte, la figura di Fassina è utile da sviscerare per capire i punti di frattura nel centrosinistra attorno a quello che dovrebbe essere il cavallo di battaglia con cui il maggior partito d’opposizione potrebbe (dovrebbe) mostrare al Paese il proprio compatto e unitario profilo alternativo: la sua politica economica.

E invece su questi temi il Pd più diviso non potrebbe essere: e così capita che a un Fassina che considera il modello Marchionne un modello sbagliato risponda un Veltroni convinto che il modello Marchionne sia invece un modello da seguire; che a un Fassina che dice che la flexsecurity è una minaccia per i lavoratori risponda un Pietro Ichino convinto che invece l’articolo 18 sia urgentemente da riformare; e che a un Fassina che dice di non essere favorevole alla riforma delle pensioni risponda un Renzi che invece considera giusto riformare con urgenza le pensioni.

Nonostante persino uomini vicini al presidente della Repubblica ultimamente abbiano fatto sapere al segretario del Pd di non gradire affatto la linea eccessivamente anti europeista e anti Bce del responsabile economia del maggior partito d’opposizione, in realtà nell’entourage di Bersani Fassina viene considerato una specie di eroe, in quanto unico esponente del Pd capace, con la sua linea economica molto «de sinistra», di fare concorrenza a sinistra ai vari Nichi Vendola e ai Paolo Ferrero.

Ma nel mondo dei bastian contrari democratici da un po’ di tempo attaccare Fassina è diventato un appuntamento fisso per le minoranze del Pd, una specie di genere letterario a sé. E oltre all’affondo anti Fassina rifilato da Renzi alla Leopolda («Io non mi faccio dettare la linea da un signore che non prenderebbe voti neppure nell’assemblea di condominio del suo palazzo») nel Pd è sempre più facile trovare qualche nostalgico blairiano pronto a confessarti (qui le parole tra virgolette sono del vicecapogruppo alla Camera Alessandra Maran) «che di questo passo, questa linea rischia di farci fare la stessa fine che facevano i partiti di sinistra nel Novecento: dire tante cose belle e poi però non vincere mai le elezioni». Fassina, Fassina, Fassina: e chissà che il futuro del centrosinistra non dipenda proprio da chi vincerà la battaglia sulla linea imposta al partito da questo smaliziatissimo quarantenne del Pd.

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