Politica

La carica degli antirenziani del Pd

Anche nel Pd sta crescendo l'insofferenza per il premier. Che in tutte le riforme, dal Senato alla legge elettorale fino alla giustizia, piazza elementi utili per consolidare la sua ascesa. Così c’è chi spera che Berlusconi...

Matteo Renzi – Credits: Ansa

A sentire Matteo Renzi, la riforma del Senato combinata con la nuova legge elettorale è la riforma delle riforme: il fiore all’occhiello che dovrebbe aprire un’autostrada alle richieste italiane in Europa. Il punto di svolta per il Belpaese. Ma è davvero così? L’assurdo è che la maggior parte dei difensori della riforma su questo punto glissano. Lo stesso Silvio Berlusconi si rifugia in una frase di rito: "Non mi piace, ma per ora dobbiamo dire sì per continuare a partecipare". Ma partecipare a cosa?

I dubbiosi, i perplessi, gli oppositori che albergano in tutte le forze politiche offrono una diversa lettura della "svolta storica" del premier. "La verità" osserva Renato Brunetta "è che queste riforme sono soltanto un’operazione di potere. Renzi vuole consolidare la sua influenza per almeno un decennio. Invece di cimentarsi nella riforma del fisco si concentra sul suo futuro politico". "Qualcuno" spiega il ribelle Augusto Minzolini "dice che questa riforma farà somigliare l’Italia alla Russia di Vladimir Putin. Ma lì il presidente è eletto direttamente, qui invece il potere è tutto nelle mani del leader del partito che vince il premio elettorale. È lui che decide premier, capo dello Stato, membri del Csm. Semmai quindi si torna all’Urss e al Pcus, il cui segretario è il vero deus ex machina. Del resto, col cavolo che Renzi lascia la segreteria del Pd".

Già, l’anima della riforma è il potere. Il gioco in atto ha poco di innovativo, ma semmai è il più vecchio del mondo. E se ne stanno accorgendo un po’ tutti anche nel Pd. Tant’è che le tregue e gli armistizi che hanno portato Renzi al vertice del Pd, stanno saltando. Pier Luigi Bersani addirittura pone una "questione democratica" secondo il vecchio stile della sinistra: "Si stanno creando le premesse" va dicendo in privato "per una svolta autoritaria. Dovremmo permettere a Renzi quel che abbiamo impedito al Cav?". Timori che rimbalzano, con toni diversi, sulla bocca di Massimo D’Alema: "Questo governo sta portando il Paese nel baratro". Un’insofferenza che più il premier occupa stanze nevralgiche negli equilibri di potere (da Finmeccanica a Rai) e più diventa evidente. "Vedrete" ironizza Miguel Gotor, senatore della minoranza Pd, "che D’Alema comincerà la guerra a Renzi non appena avrà capito che sull’Europa l’ha presa in quel posto. Lo scenario è imbarazzante: i miei compagni di partito stanno facendo i fighetti, o meglio i maramaldi perché il Cav è ai servizi sociali. Io spero che quando si arriverà alla terza lettura della riforma Berlusconi si sia liberato dei condizionamenti ed eviti di consegnare l’Italia per 15 anni a Renzi".

Insomma, siamo arrivati al punto che il consigliere di Bersani spera nel Cav per contrastare il potere renziano. È lo spirito dei tempi. Se c’è un filo logico che percorre tutta la politica di Renzi, è proprio la conquista del potere per il potere: dal suo arrivo al vertice del Pd, ai modi con cui ha defenestrato Enrico Letta da palazzo Chigi, alla filosofia con cui si approccia ai problemi. Per esempio sulla giustizia Renzi farà poco, non andrà oltre una serie di proclami. Ha fatto un lungo elenco di punti a Berlusconi, così lungo che ci vorrebbero due legislature per approvare tutto: il Cav ci ha creduto, o più probabilmente ha voluto crederci. In realtà tutti sanno che quello resterà una sorta di libro dei sogni. Nella testa di Renzi, infatti, anche il tema della giustizia si risolve col potere: la norma con cui manderà in pensione i capi degli uffici giudiziari (sarà invalicabile il limite dei 70 anni), combinata con le riforme che consentiranno al partito maggiore di controllare non poco il Csm, gli daranno la possibilità, entro un anno, d’influenzare la geografia del potere giudiziario. In sintesi: il premier non riforma la magistratura, ma se ne impossessa in puro stile andreottiano.

Del resto, Renzi che presenta il Pd come Partito-nazione, riprende il vecchio schema Dc del Partito-Stato. "Avrei immaginato tutto" si lamenta il senatore ex socialista Enrico Buemi "meno di morire democristiano".

Leggi Panorama Online

© Riproduzione Riservata

Commenti