Politica

Renzi e il "grande freddo"

I rapporti tiepidi del premier con i grandi attori della politica economica pesano sulla credibilità del Paese a livello internazionale

German-Italian Government Consultations

Matteo Renzi e Angela Merkel – Credits: Getty Images

La prima doccia gelata è arrivata in una mattinata d’agosto, martedì 12 per l’esattezza, nella casa di campagna di Mario Draghi vicino a Città della Pieve, in Umbria. Giunto in gran segreto per una benedizione, Matteo Renzi è ripartito con l’agenda capovolta: prima conti pubblici e articolo 18, poi legge elettorale e Senato. Il presidente della Banca centrale europea, cordiale e tagliente, ha ricordato che il mercato del lavoro deve essere "più flessibile in entrata e in uscita", la stessa formula scritta nella lettera inviata nell’agosto 2011 a Silvio Berlusconi.

Passano Mario Monti ed Enrico Letta, però le cose rimangono le stesse. Non è in gioco soltanto un altro inquilino a Palazzo Chigi, ma l’intera zona euro nella quale l’Italia è diventata una cerniera, spiega Simon Nixon del Wall Street Journal: può aprire le porte a una svolta della Bce, che comprerà titoli di Stato, o chiuderle per sempre come vuole la Germania.

Da allora, su Renzi, è calato il "grande freddo". Sospetti, critiche, attacchi polemici, il fuoco di fila si fa ogni giorno più fitto. Brucia nella forma e nella sostanza ("basta con gli slogan") la critica dei vescovi italiani, tanto più per un cattolico osservante e dichiarato. Poco prima è arrivata la staffilata di Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della sera, densa di interpretazioni. Certo, la borghesia milanese è insoddisfatta. Mentre Diego Della Valle, amico d’antan, vuole addirittura sfidare Renzi in politica. Poi c’è la Confindustria, che non lo ha mai amato. E soprattutto Angela Merkel, dalla quale il «rottamatore» ha cercato di farsi sdoganare fin dal luglio 2013, quando il governo italiano era guidato da Letta.

La Cancelliera ha riservato al rampante giovanotto il trattamento standard, quello che utilizza con ogni nuovo capo del governo. Appena arriva e annuncia riforme strutturali, Frau Angela applaude: "Impressionante". Lo aveva fatto con Monti e con Letta, lo fa in Francia con Manuel Valls che ha rotto con la sinistra socialista. Poi manda avanti il cerbero Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze, e Jens Weidmann, presidente della Bundesbank; infine lei stessa fa filtrare la sua insoddisfazione. L’ultimo passo è vicino, sostengono fonti diplomatiche a Berlino. E non basta certo il compromesso sull’art. 18, realizzato nella direzione nazionale del Pd del 29 settembre: perché il totem è scosso, ma resta in piedi.

Gongola Matteo Renzi per avere "spianato» la vecchia guardia Pd, eppure in concreto porta a casa poco: appena una delega che salva due dei tre punti controversi, cioè il reintegro in caso di licenziamento discriminatorio e in quello disciplinare. Rispetto alla legge Fornero ci sarà un indennizzo nel caso di motivi economici infondati. Insomma, un passo avanti e due indietro perché nei gruppi parlamentari la sinistra è forte e ora al Senato la maggioranza può contare solo su 7 voti. In più, Renzi è costretto a ripristinare vecchi riti convocando Cgil, Cisl e Uil a Palazzo Chigi.

Si sente il tocco morbido di Giorgio Napolitano incontrato da Renzi lunedì mattina a poche ore dalla resa dei conti nella direzione del partito. C’è l’invito ad andare avanti con giudizio, anche se non si intravedono per ora assalti ai forni: D’Alema e Bersani sono stati stesi dai loro stessi insuccessi, i sindacati restano divisi e deboli. Il capo dello Stato segue con meticolosa attenzione la politica economica. E ne ha discusso con il capo del governo. Non è trapelato nulla. Mentre una fitta cortina (impenetrabile, scrivono i quirinalisti) è scesa sulla parte più delicata del colloquio. Dietro s’intravedono le ombre della battaglia per la presidenza della Repubblica, secondo un grande vecchio della politica come Rino Formica, che con Napolitano ha sempre avuto rapporti di autentica amicizia.

La puntura più velenosa nell’attacco del Corsera riguarda una presunta clausola segreta per il Quirinale, contenuta nel patto del Nazareno: è tutto fumo? Il presidente annuncerà davvero le sue dimissioni nel messaggio di fine anno, come si dice con insistenza? Ha in mente un successore ideale? Chi, Draghi? O una donna, magari Roberta Pinotti, ministro della Difesa? La prima soluzione metterebbe in mora Renzi, la seconda è troppo debole.

Il rottamatore vanta ancora l’appoggio di alcuni tra quei "poteri forti" che condanna e accarezza nello stesso tempo. Sergio Marchionne gli ha consentito il passaggiospot a Detroit; a favore si è schierato Francesco Gaetano Caltagirone; al matrimonio dell’amico fraterno Marco Carrai c’erano i sostenitori di sempre, tra cui il finanziere Davide Serra, l’imprenditore Oscar Farinetti, Paolo Fresco che voleva vendere la Fiat alla General Motors, l’ubiquo Fabrizio Palenzona, vicepresidente di Unicredit. Ma sono scampoli di capitalismo e anche loro chiedono risultati: su questo lo stesso Marchionne è stato chiaro. L’economia è la vera prova del fuoco.

Il mercato immobiliare è in calo, i permessi per nuovi cantieri sono caduti del 70 per cento (e l’edilizia resta, in tutto il mondo, il primo volano della congiuntura). Gli italiani non si fidano. Chi può non spende: 43 miliardi lo scorso anno hanno rimpinguato i conti correnti, insomma sono sotto il materasso perché tenersi liquidi è il comportamento più logico in tempi turbolenti. Chi non può, ha già tagliato i consumi durevoli (come l’automobile o gli elettrodomestici) e intacca ora quelli essenziali. Così Pier Carlo Padoan ha rifatto i conti; in primavera il ministro prevedeva una crescita dello 0,8 per cento, ora sostiene che l’anno si chiuderà con un segno meno tra 0,2 e 0,3. Secondo la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, il 2015 andrà un po’ meglio, ma meno del previsto (più 0,5 invece che più 1,3). E con i prezzi vicini a zero diventa ancora più difficile ridurre il debito.

Il disavanzo pubblico resta sotto il 3 per cento in entrambi gli anni, la Ue non transige, quindi la legge di stabilità, che andrà spedita a Bruxelles il 15 ottobre, è un autentico rebus. Tra risparmi e nuove imposte bisogna trovare 22 miliardi di euro. Oggi Padoan può contare su 3 miliardi dalla lotta all’evasione e su 5 dalla minore spesa per interessi. La spending review dovrebbe dare 15 miliardi, non si sa come. Mentre si moltiplicano le promesse: confermare gli 80 euro costa a regime 10 miliardi, ne occorre uno per gli insegnanti; almeno 1,5 servirà per il jobs act (serve a pagare l’assegno di disoccupazione); 4-5 miliardi sono considerati spese indifferibili (dalle missioni all’estero alla Cassa integrazione in deroga, fino alla quota per il fondo salvastati), e poi ci vogliono soldi per i poliziotti e per i comuni: Renzi ha parlato in tv di 1 miliardo, allentando il Patto interno di stabilità, ma nel governo si stima il doppio. Gira l’idea di mettere mano alle liquidazioni, versandone una quota in busta paga per sostenere redditi e consumi. Mentre lo Sblocca Italia dovrebbe essere finanziato con fondi pensione e casse integrative.

Ci vuole davvero un grande sforzo di finanza creativa. Poco o nulla c’è da attendersi dall’ Europa. L’Italia ha ottenuto un posto non di primo piano con Federica Mogherini alla politica estera, ma ha ricevuto un no secco sulla flessibilità. La presidenza semestrale non s’è vista, né sentita. Il vertice di Milano dell’8 ottobre, dedicato alla crescita, viene spostato "per ragioni di calendario" e declassato a confronto accademico sull’occupazione giovanile. Mentre nella City e davanti alla Bce Renzi dovrà rispondere a una domanda cruciale: l’art. 18 c’è o no? È opinione comune che si tratta di "un pasticcio all’italiana" commenta un diplomatico di Bruxelles. E chi può dargli torto?

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