La Francia insegna: l'alternativa alla sinistra sono i moderati

Lo insegna il risultato delle amminsitrative che ha deluso le aspettative dei lepenisti. E in Italia non può che essere lo stesso

Le pen

La leader del Front National Marine Le Pen – Credits: CHARLY TRIBALLEAU/AFP/Getty Images

Si possono leggere in tanti modi i risultati delle elezioni dipartimentali tenutesi in Francia domenica scorsa. Il più originale è probabilmente quello scelto dal primo ministro socialista, Manuel Valls, che ha addirittura esultato: “stasera l’estrema destra non è il primo partito di Francia”, aggiungendo di essersi personalmente impegnato per questo risultato. Un impegno di dubbia efficacia, quello di Valls, visto che i socialisti sono arrivati addirittura terzi: se si fosse trattato di elezioni presidenziali, il ballottaggio sarebbe stato fra la destra classica, post-gollista, e quella del Front National di Madame Le Pen. Per la sinistra, insomma, un’autentica débâcle.

Eppure il povero Valls in fondo un po’ di ragione ce l’ha: il partito lepenista, contro tutte le aspettative della vigilia, non è cresciuto, è rimasto inchiodato al 25%. Un risultato importante, certo, incredibile fino a qualche tempo fa, ma non sufficiente per governare.

C’è di peggio: il Front National è stato battuto, nelle preferenze degli elettori, dalla destra moderata dell’UMP, guidata nientemeno che da Nicolas Sarkozy. L’ex-presidente francese è stato la figura più opaca, arrogante e inconcludente che abbia occupato l’Eliseo nella quinta repubblica. Alle elezioni presidenziali del 2012, è riuscito a batterlo persino il grigio, insignificante Hollande, che di notevole ha soltanto le turbolente vicende sentimentali. Il marito di Carla Bruni fino a poco tempo fa sembrava destinato ad un opportuno pensionamento, oggi è il leader del maggiore partito francese e – incredibilmente – un serio candidato alle presidenziali del 2017.

Due sono gli elementi all’origine della rinascita di Sarkò: la delusione per il governo socialista, ancora peggiore delle aspettative, e la paura del populismo di Marine Le Pen, meno rozzo ma non meno pericoloso di quello di suo padre.
Trasferiamo questo scenario dalle rive romantiche della Senna a quelle assai più dissestate del Tevere.

C’è un partito che aspira a ricoprire il ruolo dei lepenisti italiani. È la Lega in versione Matteo Salvini. Con un mix di populismo, di nazionalismo, di demagogia e di istanze antistataliste e antieuropee, sta ottenendo un buon successo. Lontanissimo del 25% di Marine Le Pen, ma pari o superiore ai massimi storici della Lega di Bossi.

Il gioco sta funzionando, in Francia come in Italia: l’estrema destra aggrega voti anche in aree geografiche e politiche storicamente lontanissime dai loro insediamenti tradizionali. Ma dai due lati delle Alpi dimostra anche gli stessi limiti: può consolidare un’area politica, ma non può allargarsi oltre un certo limite, non può fare alleanze, non può diventare un partito di governo. E quindi congela dei voti, rendendoli inutilizzabili per governare. Marine Le Pen otterrà ancora successi, ma non siederà mai all’Eliseo; Matteo Salvini potrà crescere, ma con le sue forze non riuscirà mai conquistare Palazzo Chigi.

Il fatto è che la Le Pen, come mostrano i risultati di domenica, riesce a raccogliere un consenso trasversale, che danneggia anche e soprattutto la sinistra, mentre Salvini può soltanto assorbire una quota di delusi o sfiduciati del centro-destra. D’altronde, a sinistra, il triste Hollande è ben diverso per appeal dal brillante Renzi.

Naturalmente le analogie non sono mai perfette: l’isolamento del Front National è assoluto, quello della Lega è soprattutto una scelta del suo leader. La Lega può ancora scegliere, il FN no. Ma certo, in Francia come in Italia l’alternativa alla sinistra sono i moderati, non l’estrema destra. Il triste ghigno di Sarkò per i francesi è pur sempre migliore della mistica del Fronte. La Lega in Italia ha vinto quando ha portato un contributo all’asse dei moderati. È cosi che ha governato e può continuare a governare le grandi regioni del nord. 

La Lega Lepenista, come l’originale, raccoglie voti ma non sfonda. Può piacere a Salvini, che regna incontrastato. Ma piace davvero agli italiani?

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