Politica

Angeletti: Monti all'angolo vuole un nemico

Il segretario generale della Uil difende la concertazione e attacca il premier e il Pd

Luigi Angeletti (Uil), Raffaele Bonanni (Cisl), Susanna Camusso (Cgil)

Luigi Angeletti (Uil), Raffaele Bonanni (Cisl), Susanna Camusso (Cgil)

In treno. Luigi Angeletti, segretario della Uil, risponde alla battuta di Mario Monti sulla concertazione “causa di tutti i mali”. Stupito? “Assolutamente no. E’ la sua impostazione liberale per cui esistono i cittadini e lo Stato. Nient’altro”. Per alcuni improvvida, per altri una battuta che è segnale del momento di difficoltà che sta attraversando l’esecutivo.
Segretario, il giudizio non ammette repliche. Siete la causa di tutti i mali?
“Non esprimo giudizi sulla battuta di Monti. E’ un governo che parte dalla convinzione di poter gestire tutti i problemi da olo. Ma questa è solo teoria. Alla fine esiste la società con rapporti e relazioni con cui bisogna confrontarsi. Mica il bene comune è una categoria dello spirito”.
Concertazione. Disambigui la parola e la spieghi. Per Monti è molto simile al consociativismo…
“E’ finito per essere uno stereotipo quello della concertazione. In politica ci sono problemi che vanno risolti con il confronto. Non l’utopica idea che possa fare tutto il governo. E’ ovvio che il governo debba essere il regista e debba avere idee chiare”.
Per Monti i sindacati devono rimanere solo parti. Non è che ha ragione?
“Deve finire questa idea che la concertazione sia sinonimo di “tutti d’accordo”. La concertazione serve a risolvere problemi. Lo dovrebbe sapere anche Monti. E’ chiaro che la mia opinione e la mia idea sulla concertazione sia diversa da come la intende  il premier”.
Siete rimasti, voi sindacati,  gli unici critici nei confronti del governo, rischiate di far salire lo spread…
“Ormai il parlamento si è schierato e gli fa votare qualsiasi cosa. Siamo rimasti gli unici a criticare”.
Monti ha messo l’elmetto?
“Evidentemente si sta accorgendo che nonostante le misure adottate i problemi non vengono meno, ma rimangono sul tavolo. Comincia ad accorgersi che le famigerate riforme non abbiano fatto cambiare opinione ai mercati. Insomma ha capito che vale la pena giocare d’anticipo. C’è certamente una difficoltà”.
Una strategia?
“Indichiamo un avversario e attacchiamolo, prima che attacchi noi. Anticipiamolo nella critica”.
Molti difendono le scelte del governo, anche il professore Ichino dice che la concertazione può esserci soltanto se ci siano vincoli condivisi…
“Questo è vero. E’ normale che le vere riforme scontentino alcuni. Anzi sono proprio quelle vere a scontentare. Non possono essere approvate all’unanimità. Quando siamo tutti apparentemente contenti significa che non è una vera riforma. Tutti dobbiamo essere un po’ scontenti, ma bisogna tenere conto della maggioranza”.
Si addita a voi la responsabilità dell’elevato debito pubblico. Avete responsabilità, non crede?
“Non siamo vergini. Anche noi abbiamo responsabilità, ma mai quanto la politica. Il rapporto sarebbe uno a dieci. Parliamoci chiaro. Alla fine è la politica che spende il denaro, i ministri che pianificano la spesa. Non certo noi sindacati”.
Di solito si risponde che è merito della concertazione se nel 1993 si sia superata la crisi. Non sarà anche questo un cliché abusato?
“E’ un fatto storico ormai assodato. Nel ’93 ci furono due grandi operazioni che portarono al calo dell’inflazione e alla riduzione di duecento mila miliardi del debito pubblico”.
Cosa è cambiato rispetto a quella concertazione ritenuta vincente?
“La cultura politica. Da sempre la politica è d’accordo a fare la concertazione dei sacrifici. Vi è quasi una mistica dei sacrifici che i partiti approvano. Diverso è quando si parla di concertazione per la crescita. Non si riesce a fare concertazione della crescita. Ci si può impoverire tutti insieme, ma non arricchire tutti insieme”.
Sono temi cari alla sinistra questi, ma il Pd non sembra che preferisca tacere ad eccezione di qualcuno…
“Il Pd è un partito non si sente toccato da queste critiche. E poi anche se fosse, cosa potrebbe fare? Far cadere il governo? Togliere la fiducia? La verità è che non ha alternative. E’ un appoggio ineluttabile, ad eccezione di qualche parola fuori dal coro”.
Fassina?
“E’ rimasto lui a dare l’impressione, a far finta che non siano tutti d’accordo all’interno del partito”.
Intanto la Cgil ha trovato con Squinzi una sponda. Strano, no?
“Spiazza l’opinione pubblica. Ma mi chiedo cosa abbia da lamentarsi Confindustria. Gli unici a soffrire sono stati altri. Certo la critica di Squinzi ha ferito il governo che non si può criticare più di tanto”.
Adesso le prossime mosse riguardano gli statali, da sempre lo zoccolo duro dei sindacati…
“Vedremo. Una cosa possa dirla, è più arduo di quanto immaginano. Pensano di gestire un’impresa così complessa e di averlo imparato a fare sui libri, ma non è così”.
Tornerete insieme alla Cgil e Cisl per lo sciopero generale?
“Non possiamo sopportare gli effetti di uno sciopero generale. Lo sciopero generale non è né una soluzione né un mito. Credo che vada fatta una forte pressione sul governo. Una pressione costante, pressante e duratura. Alla fine influirà, già si vede”.

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