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La nuova guerra libanese

Due attentati in due moschee di Tripoli e i missili israeliani precipitano il Paese nel conflitto siriano

L'esplosione di oggi a Tripoli (ANWAR AMRO/AFP/Getty Images)

 Per Lookout news

 

Se possibile, il termometro mediorientale segnala un nuovo innalzamento della temperatura. Le due esplosioni odierne nella Tripoli libanese (almeno 27 morti) e i razzi israeliani che hanno colpito obiettivi militari sul suolo del Libano (in risposta all’ennesima provocazione di Hezbollah), certificano solamente quanto già evidente: la guerra siriana non conosce confini e fagocita giorno dopo giorno il Libano, impegnato in uno scontro solo in parte religioso (sunniti contro sciiti) e in larga parte finalizzato alla supremazia di una delle due principali fazioni che da anni si sono dichiarate guerra: il mondo sunnita, che solo molto sommariamente potremmo definire filo-occidentale e spalleggiato particolarmente da Arabia Saudita e Qatar, contro il mondo sciita, che lotta per la sua stessa sopravvivenza e che lega i suoi destini al sostegno, finora quasi incondizionato, della Russia e dell’Iran.

 

Il ritorno alla dialettica di qualche settimana fa - quando Obama sosteneva che in Siria fosse stata superata la famosa “red line” a causa dell’uso di armi chimiche e che gli Stati Uniti avrebbero punito questo sconfinamento da parte del regime di Assad – non fa che avvitare su se stessa la questione dell’intervento della NATO in Medio Oriente. Il punto è che, però, a forza di avvitare, il bullone si va stringendo e prima o poi si potrebbe arrivare davvero a una condizione di non ritorno.

 

Il Libano nel conflitto Siriano

 

Se l’intervento infine ci sarà, il Libano sarà con ogni probabilità un teatro di guerra. Molteplici forze regionali lavorano già da tempo a questa soluzione. Non ultima Al Qaeda, che vuol fare di ogni Paese a vario titolo lambito dalla guerra (Iraq, Libia, Algeria, Egitto, Siria e appunto Libano) il punto di partenza per rovesciare l’esistente e imporre la sua legge.

 

Dunque, l’investimento dei terroristi è grande in Libano, è vitale in Siria e incessante in Iraq. Da qui molte delle titubanze di Washington. Ma il dubbio shakespeariano tra agire e non agire potrebbe essere fatale a più Paesi di quelli che non si salverebbero con un intervento. Intervento per il quale non si può temporeggiare oltre e che dovrebbe però ormai escludere la possibilità di una fornitura di armi alla galassia dei ribelli: delle cinque ipotesi  di attacco descritte dal Generale USA Dempsey, va ormai scartato il supporto di materiale bellico, per il rischio palese di andare a foraggiare i futuri avversari degli Stati Uniti.

 

L’interventismo tra Europa e USA

 

Resta in campo la soluzione applicata in Libia, dunque con un impegno crescente di Francia e Regno Unito. A leggere le dichiarazioni del ministro degli esteri francese, Laurent Fabius, non c’è spazio per altra possibilità: “Se sono state usate la armi chimiche, interverremo”. La determinazione europea stavolta trova una sponda nella Russia, che chiede ad Assad di consentire all’ONU le ispezioni. Segno che il Cremlino è convinto che gli ispettori non troveranno niente e si potrà così evitare una guerra su più larga scala.

 

Gli Stati Uniti vivono invece con viva apprensione il fatto di dover essere trascinati in una guerra che non sentono propria. Di fronte al sangue sparso in Siria, Libano e Iraq, saranno presto costretti a mostrare le proprie carte e far capire al mondo qual è il loro vero piano in Medio Oriente: disimpegno o nuovo investimento? Ideali o pragmatismo? Forse la Casa Bianca, per la prima volta, aveva scelto di non scegliere. Ma, per una nazione che ha fama di voler dominare il mondo, non è sufficiente. Chi dice che Obama è meno potente di Bush, che lo era meno di Clinton, che lo erano meno di Bush padre e di Reagan, ha ragione: oggi il presidente degli Stati Uniti deve giustificare e convincere pienamente gli americani e il mondo intero che ciò che si appresta a fare o a non fare è finalizzato al bene della pace e della libertà. Ci riuscirà? Agli ispettori dell’ONU l’ardua sentenza.

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