Non bastano i raid per fermare l'Isis

I miliziani islamici non si fermano davanti ai bombardamenti sulla Siria. Torna l'incubo di un attacco di terra

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Barack Obama – Credits: Getty Imagines / Win McNamee

Ieri è stato il terzo giorno di campagna aerea contro l'Isis in Siria. Gli aerei della coalizione hanno colpito i depositi petroliferi nel nord del paese, fonte di risorse per lo Stato Islamico; gli jihadisti ricavano 2 milioni di dollari al giorno dalla vendita del greggio. Per ora, l'obiettivo dei raid  cerca di colpire le infrastrutture dell'Isis e la capacità dei miliziani islamici di controllare la zona di confine tra Siria e Iraq.

Il Pentagono ha fatto sapere che le operazioni procedono con il ritmo di marcia previsto. La guerra sarà lunga. I colpi inferti all'esercito islamico sono importanti, ma non decisivi. L'Isis è ancora molto forte. Questo non dipende solo dalla voluta intensità degli attacchi, ma anche dalle difficoltà nel distruggere le strutture di una formazione armata che può contare su almeno 30.000 uomini.

È presto per fare un bilancio, ma è evidente come la meta sia ancora distante. Basta pensare a un fatto: nonostante i bombardamenti della Coalizione internazionale sulle postazioni dello Stato islamico, le forze dell'Isis continuano ad attaccare i curdi della città di Kobane, nel nord della Siria. In quella zona c'è una vera e propria emergenza umanitaria. Quasi 140.000 civili sono fuggiti negli ultimi giorni da questa regione nel nord della provincia di Aleppo verso la Turchia, davanti all'avanzata degli islamici.

I media americani hanno fatto sentire le testimonianze di alcuni di questi profughi che chiedono un aiuto diretto. "I raid aerei non servono. Abbiamo bisogno di soldati a terra che vengano a proteggerci." Parole che non piacerebbero a Barack Obama. Lui, di inviare truppe americane a combattere sul terreno in Siria e in Iraq, non ne vuole sapere. L'ha ribadito tante volte, in discorsi e dichiarazioni ufficiali; davanti a i suoi generali che invece spingono per avere l'autorizzazione ad impiegare almeno le squadre di truppe speciali.

I soldati americani saranno costretti a scendere sul terreno e a combattere viso a viso con i miliziani islamici? In Iraq, i bombardamenti Usa vanno avanti da sei settimane. Sono stati utili per fermare l'avanzata dell'Isis verso le zone curde; sono stati indispensabili per aiutare i peshmerga curdi a riguadagnare posizioni, ma non hanno distrutto l'esercito islamico. Che è ancora molto forte, tanto da infliggere umilianti colpi alle truppe irachene.

È vero che i raid in Iraq sono stati meno intenti rispetto a quelli effettuati in Siria, ma è anche vero che più di un mese di campagna avrebbe dovuto provocare ben altri danni all'Isis. Il premier al Abadi ha detto che non vuole soldati stranieri a Bagdad, ma rimarrà di questa idea anche di fronte a qualche altra cocente sconfitta? O si "accontenterà" dell'aiuto dei soli soldati iraniani, già presenti in massa oltre i confini iracheni?

I generali americani vorrebbero che Obama desse il segnale verde all'invio di truppe di terra. Il confronto tra di loro e la Casa Bianca è stato molto aspro, tanto da rischiare di sfociare in una vera e propria rivolta. Le truppe regolari irachene e i peshmerga curdi, ma anche l'esercito dell'opposizione siriana, sono troppo deboli per poter contare su di loro. Verranno armati e addestrati, aiutati, ma non supportati da soldati americani, se non da qualche centinaia di consiglieri. Questo è stato l'ordine di Obama.

Per i militari statunitensi, nessuna guerra si vince dall'alto. Neppure quella contro l'Isis. E, il bilancio dei primi giorni di bombardamenti in Siria, e quello di sei settimane in Iraq, per loro, è solo la conferma di questa teoria.

 
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