Scuola, che fare per non condannare il paese alla regressione

Prima di chiedersi quanti precari bisogna assumere, chiediamoci cosa dovrebbero insegnare e come. E con quale organizzazione

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Il Ministro dell'Istruzione Stefania Giannini – Credits: Olycom

Matteo Renzi ha ragione quando dice che la bontà di un governo si gioca sulla capacità di gestire o riformare la scuola.

L’istruzione è più importante della stessa produzione di cultura, affidata in Italia a consorterie e a lobby politiche e familistiche, anziché culturali.

(Per inciso: “lobby” è una parola impiegata in italiano ormai comunemente, ma resta straniera e mantiene perciò, al plurale, la forma singolare: non “lobbies”. Fa sorridere quindi la scenata del premier Renzi sull’errore “da matita blu” nei testi ministeriali di “curriculum” (latino) non declinato al plurale in “curricula”. Ben più grave quello, da matita blu e rossa, dell’apostrofo in “un’anno”. E fortuna che oggi ci sono anche nei computer dei ministeri i correttori ortografici…)

Il punto vero però è un altro. Tutto il dibattito sulla riforma della scuola si è ridotto nella stessa propaganda governativa all’annuncio dell’assunzione di non si sa quanti precari (150mila, poi 120mila, poi chissà). Ma prima di chiedersi quanti precari debbano essere assunti, sarebbe meglio chiedersi che cosa debbano insegnare, e come possa la scuola italiana adeguarsi ai tempi che cambiano, per non condannarsi a una triste regressione.

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Faccio solo qualche esempio.

Ci sono professori e presidi inamovibili, che godono di aspettative di anni per le ragioni più disparate e che tuttavia mantengono non solo il posto, ma la sede, costringendo gli studenti a cambiare insegnante ogni anno.

Ci sono professori d’inglese che non viaggiano mai, hanno imparato la lingua sulle grammatiche, non sarebbero in grado di farsi capire in un qualsiasi paese anglosassone. Eppure, si vuole estendere l’inglese all’insegnamento di altre materie senza che ve ne siano le competenze.

Quanto al merito, viene sistematicamente umiliato, negato, deriso, mentre ormai in tutte le scuole del mondo è considerato e premiato. Il che non significa premiare quelli bravi e basta, ma quelli che progrediscono di più, che s’impegnano, che conseguono i loro obiettivi.

Ancora. Non esiste un criterio omogeneo di valutazione degli studenti da Nord a Sud.
Nel Mezzogiorno, i 100 alla maturità valgono meno che in Lombardia o Veneto o Trentino. Di conseguenza, c’è una disparità che pesa nel momento i cui i diciottenni affrontano i test d’ammissione alle università. Per non parlare della valutazione degli insegnanti, che manca del tutto. Manca perché non c’è aggiornamento vero, e perché chi insegna è abbandonato a se stesso a vita (il che significa che sono abbandonati a se stessi gli studenti).

In più, la scuola italiana è centrata sulle cattedre, sulle classi rigide, non sui corsi: non opera neppure quella forma di valutazione e selezione indiretta che consiste nella libera scelta, da parte degli studenti, delle materie, dei corsi e degli insegnanti da seguire (o abbandonare).

E manca un legame tra mondo della scuola e lavoro, non soltanto perché non ci sono forme tempestive di collaborazione tra le scuole e il mondo reale, ma perché manca una cultura generale del lavoro. Si ha ancora l’idea che la formazione sia tutta e solo sui banchi di scuola, non facendo i camerieri al bar o aiutando i bambini disagiati nelle periferie degradate.
Ed è ancora insufficiente l’apertura verso l’estero. Il respiro internazionale.

Ma di tutto questo non si parla. O se ne parla solo per annunci. E se anche qualcosa viene deciso, non lo si mette in pratica. E tutto il dibattito sulla scuola italiana è confinato a un problema di distribuzione populista di posti fissi di lavoro. Fregandosene (sì, fregandosene) degli studenti.

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