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Obama e Sarkozy, gli apprendisti stregoni della disgraziata "primavera araba"

Troppi errori sono stati commessi consentendo o aiutando militarmente la caduta di regimi "amici" dell'Occidente.

Egitto: Morsi, giuramento in piazza

L’ipocrisia dei valori. La stupida idea di esportare la democrazia armando i ribelli e destabilizzando i regimi anche quando questi regimi sono nostri alleati, quando è del tutto evidente che le armi non servono a introdurre la democrazia in paesi e culture che non hanno raggiunto quella fase di maturità politica. L’ignoranza delle dinamiche reali di aree strategiche del mondo, in particolare il Medio Oriente e la galassia araba e islamica. Sono questi e molti altri gli errori commessi dall’Occidente, in primis dagli Stati Uniti d’America in questi anni di presidenza Obama, e dalla Francia di Sarkozy e da tutti coloro che si sono accodati alla politica di destabilizzazione del Nord Africa (in particolare in Libia) e di promozione della cosiddetta, gelida primavera araba.

Di quella “primavera” che cosa è rimasto? Sconfitta Al Qaeda, anche se a costo di guerre sanguinose che hanno deteriorato il rapporto dell’America con il mondo arabo e islamico, l’estremismo islamista ha trovato un’altra, più insidiosa incarnazione nel vasto movimento salafita e in tanti gruppi di risveglio islamico che hanno efficacemente operato sulla base di un reale consenso popolare e grazie alla caduta dei regimi dittatoriali o autoritari che per quanto corrotti e non democratici, avevano garantito una relativa stabilità, se non addirittura una sensibile crescita economica, e soprattutto la sicurezza, interna ed esterna.

Regimi che avevano costituito un argine all’islamismo estremo anti-occidentale ed erano stati alleati fondamentali dell’Occidente. Quei regimi avevano nomi e cognomi che oggi sono in disgrazia, morti, vituperati. In qualche caso sono i nomi e cognomi di ex leader malati e in detenzione, come in Egitto Hosni Mubarak, o esuli con le loro ricchezze come il tunisino Ben Ali, o traballanti sullo scranno presidenziale lordo del sangue di una feroce guerra civile, come in Siria Bashar al-Assad. Erano e sono dittatori che hanno governato col polso di ferro, fronteggiando con successo l’insidia del fondamentalismo anche se erano (o sono) dittatori, al vertice di piramidi di corruzione e privilegi, sorretti da un sistema di polizia e da elezioni farsa.

Ma adesso che cosa ci ritroviamo? L’avvento degli estremisti, che dopo avere scaltramente “mandato avanti” la dissidenza liberale illuminata, al momento opportuno l’hanno fagocitata, neutralizzata ed estromessa, con la forza di un consenso plebiscitario e (beffa finale) della stessa democrazia che ha consentito la vittoria dei violenti, degli intolleranti, dei fautori della sharia come legge, della lotta senza quartiere a Israele.

Dobbiamo ancora assistere a ben altro rispetto a un assalto a un consolato americano in cui muore un ambasciatore con altri tre “diplomatici”. Ben altro che la piazza aizzata contro le rappresentanze americane e occidentali. Che ne sarà, non oggi o domani, ma dopodomani, del Trattato di pace israelo-egiziano? Che ne sarà della Siria, della Tunisia, dello stesso Marocco, della Libia, nei prossimi mesi e anni?

Non è bella l’immagine che il presidente Obama sta dando oggi al suo Paese e al mondo occidentale: quella di un presidente americano che ha paura, e che dalla paura fa dipendere le sue decisioni. Paura che l’Egitto del “fratello musulmano” Mohammed Morsi possa mettere in discussione i trattati di pace con Israele, che l’Iran possa finalmente dotarsi dell’arma nucleare, che l’incendio islamico si propaghi in tutto il Nord Africa (è già arrivato fino in Mali). Obama fa politica quando si perde nelle definizioni. Oggi, l’Egitto di Morsi non è più “alleato” a pieno titolo, com’era quello di Mubarak. “Non è alleato, ma neanche nemico”, dice il Presidente. Troppa confusione. Troppi sbagli.

Siamo stati, va detto, degli apprendisti stregoni. Abbiamo “giocato” con questa storia della democrazia da esportare in climi dove inevitabilmente si deteriora e si trasforma nel suo contrario. Lo abbiamo fatto, come Sarkozy in Libia, a volte per bassi interessi personali elettoralistici e di prestigio nazionale, o per qualche commessa. Ora il guaio è combinato e la forza che ci vorrà per raddrizzare la situazione sarà (sarebbe) ben più consistente e rischiosa di quella che abbiamo impiegato per creare il danno.  

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