Cronaca

Marilia, quando l'amore diventa una trappola

La vera storia della brasiliana che voleva l’Italia a tutti i costi e che in Italia è stata assassinata dal partner quando era incinta

Marilia Rodrigues Martins e Claudio Grigoletto, il killer

È morta che pesava 38 chili canticchiando Volare di Domenico Modugno. «Mamma, solo in questo Paese si riesce a volare. E poi mi cantava Volare…». E neppure Marilia Rodrigues Martins, come tutti gli italiani che la cantano, sapeva che questa canzone è stata scritta in un giorno infelice, che nella musica più bella degli italiani si nasconde tutta la tristezza degli addii.

Non l’ha uccisa il maschio geloso ma, secondo l’accusa della Procura di Brescia, Claudio Grigoletto, bugiardo di provincia che si immaginava un aviatore alla Gabriele D’Annunzio, un mascalzone italiano che truffava in amore moglie e amante. Ed è lo stesso uomo accusato di aver strangolato, simulato il suicidio e sfregiato il volto di Marilia, bellissima ragazza di 29 anni venuta in Italia a 16 anni dal Brasile, colui che era il padre del figlio che portava in grembo da sei mesi. L’aveva fatta innamorare facendo il guascone dei cieli, ma la sfruttava in terra con la sua Alpi aviation do Brasil, compagnia di ultraleggeri di cui era proprietario con sede nella piccola Gambara dove Marilia lavorava come impiegata, senza ricevere lo stipendio, con la promessa di farne una pilota d’aerei.
La riporta in Brasile come salma, adesso, la madre Natalia di 52 anni. A lei che pensava di tornare in Italia da nonna sono rimaste solo le foto di Marilia che aveva raccolto da mesi: «Perché dalle foto avremmo capito a chi somigliasse questo bambino». Ma non c’è alcun nipote da tenere in fasce, non c’è il bambino che Marilia avrebbe voluto chiamare Lorenzo, oppure Vittoria, se fosse stata una bambina. «Era un maschio, lo sentiva» confida la madre. È stata uccisa senza sapere neppure il nome che avrebbe dovuto pronunciare. «I figli in Brasile li chiamiamo “teteco”. La chiamavo così da piccola, ma il suo teteco non ce l’ha fatta» dice Natalia.

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E Vilma, che la ospita qui a Milano, precisa che teteco si può chiamare solo una bambola come Marilia, piccola Alice caduta in quella che considerava una fiaba. L’hanno sedotta la sperduta Sant’Angelo Lodigiano, i capannoni industriali di Buccinasco e la grande Milano, dove gli uomini per la prima volta non si giravano quando camminava: «Mamma, ma non sono più bella? Non mi guarda più nessuno. Ma l’Italia è bella anche per questo, perché sa essere, a volte, discreta» diceva Marilia che portava tacchi altissimi e gonne corte per somigliare alla madre segretaria. Però degli uomini italiani aveva anche paura. Tanto da dare il numero di telefono sbagliato quando veniva corteggiata.
Incantevole come sua madre, ex segretaria al Comune di Uberlândia, città di 100 mila abitanti vicino a San Paolo, che in Italia viene nel 2004 per vacanza e ci rimane dimettendosi dal lavoro via fax: «Ho pensato che da qui non me ne sarei andata e così sono rimasta. Dopo tre mesi che ero in Italia, Marilia mi dice: “Io devo stare dove sei tu”». Solo per una brasiliana di 16 anni come Marilia questa Italia può essere l’America al contrario, le guglie gotiche di Milano più belle della perfetta geometria di Brasilia, il primo volo transoceanico solo un piccolo salto di 18 ore. «Perché un volo deve finire così presto?» chiede a Natalia appena arriva a Malpensa assieme alla sorella Luciana.
Erano tre donne, ma in Italia non è rimasta nessuna, loro che avevano fatto di Sant’Angelo Lodigiano un accogliente aeroporto, il piccolo paese dove Marilia ha frequentato il liceo turistico Raimondo Pandini, dove ancora la ricordano Chiara, compagna di banco allontanata dalla vita («Sono passati quasi 10 anni, ma quanto era bella con quei tacchi») e Sara, che Marilia aiutava in inglese e in matematica («Parlava già otto lingue quando arrivò in Italia, era bravissima in matematica, fu tra le cinque ragazze a essere ammesse senza debito»). E la ricordano anche i quattro bambini, oramai adulti cui Marilia fece da baby sitter: «Sono venuti in ospedale…» racconta la madre.
«Ma solo qui si riesce a volare, non me ne andrò» ripeteva anche quando venne assunta, a soli 18 anni, alla Pirelli di Buccinasco come segretaria. «Per volare si licenziò dalla Pirelli e iniziò uno stage per la Lufthansa. Rideva come un topolino ogni volta che sosteneva gli esami e veniva promossa». E nell’album di Natalia manca la foto che più desidera, quella di Marilia vestita con l’abito da hostess prima di partire per Monaco, per Nuova Delhi, Miami, quella gonna che stirava di notte per togliere qualsiasi piega e poi infilata in valigia, ascoltando la canzone di Adele Someone like you. Solo alberghi e fusi orari, l’invidia italiana delle colleghe per l’eccessiva bellezza e le fughe di mattina nei bassifondi indiani per distribuire il cibo avanzato durante il volo, un cuore troppo grande che le costò pure un’infezione, il rimprovero della compagnia: «Non farlo mai più, Marilia».

Dell’Italia Marilia ha visto solo questi anonimi paesi: Sant’Angelo, Buccinasco, Borgosatollo, Gambara, Villafranca vicino a Verona, il paese dove aveva sede la Air Dolomiti, la compagnia aerea che l’assunse e che la licenziò a fine contratto: «Venne sei mesi in Brasile ma poi...». Poi non riuscirono a trattenerla il Brasile, la madre Natalia, il padre imprenditore, la sorella Luciana che le prometteva un lavoro: «Rimani in Brasile, Marilia». Questa volta era la figlia ad andare in Italia «perché una volta che hai le ali non atterri da dove sei partita» si giustificava.
Natalia lo considera un’avaria del destino questo lavoro di Gambara, l’incontro con Grigoletto, il proprietario corteggiatore che già dopo pochi mesi dice di essere innamorato perché «la moglie non lo capiva, perché non le piaceva volare. Adesso è finito tutto con Jessica». Grigoletto cerca di convincere perfino la madre di Marilia, che non aveva mai visto se non su Skype, che da adesso sarebbe stato solo il compagno di sua figlia: «Mi annunciarono del bambino a maggio e Claudio mi fece gli auguri: “Ciao, nonna! Auguri! Sta’ tranquilla, quel figlio è anche mio”». Ma è solo la maschera dell’imbroglione di provincia, del magliaro che soffre di vertigini nei sentimenti. La costringe a fare gli scatoloni e lasciare il monolocale che Marilia aveva preso in affitto a Borgosatollo, vicino a Gambara, e la porta a casa di un’amica di nome Federica. Chiude gli occhi di fronte alla continua nausea, a una gravidanza difficile che aveva ridotto Marilia a pesare solo 38 chili.

Marilia entra ed esce dall’ospedale di Brescia. La madre è pronta a partire per l’Italia: «Claudio mi diceva che non dovevo venire perché non mi avrebbero fatto entrare in ospedale, non era necessario». Nell’ultimo mese Grigoletto impedisce a Marilia di usare il telefono dell’ufficio perché costa troppo: «Smettila di chiamare tua madre. Potevamo sentirci solo su Facebook». Poi fa l’affettuoso: «Quando insistevo per venire in Italia, mi diceva che al biglietto ci avrebbe pensato lui, ma era falso». Neppure l’amica Federica vuole più avere in casa Marilia, stanca di avere questa ragazza malata che non riesce più ad alzarsi dal letto, che vomita continuamente.
Marilia ha bisogno di cure, ma quest’uomo scompare e quando riappare non porta nessuna medicina, ma la rassicura che presto sarebbe andata via da quella stanza: «La casa è quasi pronta, adesso portiamo gli scatoloni…». Marilia non ci crede più e scrive alla madre: «Mi sa che Claudio è la persona più brutta che abbia conosciuto»; «Mamma, su 10 parole che mi dice Claudio 11 sono bugie»; «Mamma, la casa che mi ha promesso non è mai esistita»; «Mamma, ho fame ma non riesco più a mangiare». Solo nell’ultimo mese capisce che i piedi fasciati («Perché mi sono rotto un piede» le diceva Grigoletto) sono l’ennesima menzogna per prendere tempo e confidare in un aborto spontaneo della ormai distrutta Marilia. Ora Claudio le scrive che forse è innamorato della moglie: «Non so cosa voglio più, se voglio stare ancora insieme a te». Però Marilia non può andarsene, non ha soldi, è costretta a rimanere a Gambara. Claudio la porta in albergo, adesso sola con i suoi 38 chili scrive alla madre: «Io sto lottando per questo figlio». L’ultimo messaggio Natalia lo riceve pochi giorni prima che Marilia venga uccisa: «Oggi è stata una giornata terribile. Ciao, mamma. Ti voglio bene». L’ultima foto che riceve è quella di una stanzetta italiana: «Ti piace? Questa è per Lorenzo, sarà la sua fattoria». Ma come ha fatto a non fermarsi quando a terra ha visto la faccia di Marilia, la ragazza che alzava a tutto volume la radio quando sentiva: «I hoped you’d see my face/ that you’d be reminded/ That for me, it isn’t over» (Speravo che vedendo la mia faccia ti saresti ricordato che per me non è finita…). È rimasta solo la scatola Italia, la scatola nera di una ragazza che sapeva volare solo in questo Paese. Nessuna stazione oggi passa Volare.  
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