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Libia al voto, la primavera araba è arrivata

Oggi le prime elezioni libere e democratiche dopo la guerra civile e dopo i 42 anni di dittatura di Gheddafi

Un giovane libico accanto alla bandiera del suo Paese nel giorno delle elezioni - 7 luglio 2012 (Credits: EPA/SABRI ELMHEDWI)

Ogni paese arabo ha la sua primavera - più o meno violenta, più o meno incerta, più o meno avanzata, più o meno tradita - ma tutti i paesi arabi hanno i loro Fratelli musulmani. Anche la Libia, che va a votare oggi per migliaia di candidati all’assemblea di 200 parlamentari (80 scelti tra i portabandiera di 142 partiti, gli altri “indipendenti”, con un’ulteriore suddivisione di 100 parlamentari per la Tripolitania, 60 per la Cirenaica, il resto per il Sud).

E comunque sono le prime elezioni libere in mezzo secolo, dopo la guerra civile e dopo 42 anni di dittatura di Mohammar Gheddafi, un anno dopo i raid della Coalizione contro il Colonnello e meno di nove mesi dopo il linciaggio del Raìs nel deserto di Sirte.

Un evento epocale. Una scommessa formidabile, che inviati e osservatori occidentali riscontrano nel diffuso (ingenuo?) entusiasmo dei libici alle prese con una novità assoluta: una competizione democratica. A Tripoli, oggi, l’emblema della speranza e della preoccupazione sono i caroselli di auto, lo strimpellare dei clacson, ma con la presenza anche di pick-up con le mitragliatrici ancora montate (e munite).

Altro emblema, le file ai seggi ma anche l’attacco ad alcuni seggi, specie a Bengasi. Dietro i manifesti elettorali che ritraggono le candidate dei partiti islamisti con e/o senza velo (per fare l’occhiolino al centro, ai laici e liberali), si agitano gli spettri di un paese dalle grandi risorse e tuttavia frammentato, attraversato dalla violenza, preda di interessi, tribù e fedi in lotta tra loro, reso insicuro dalle milizie in armi e da storiche contrapposizioni tra regioni diverse fra i due poli di Tripoli e Bengasi, e da faide e rese dei conti postbellici, e violazioni dei diritti umani ed episodi inquietanti come l’arresto e la detenzione per 25 lunghi giorni di una delegazione del Tribunale penale internazionale, rilasciata meno di una settimana fa al prezzo delle scuse ufficiali del TPI.

Una prima contrapposizione è quella tra islamisti e laici che si concluderà prevedibilmente, come ovunque nel Nord Africa e nei Paesi arabi percorsi dal fremito rivoluzionario, con la vittoria dei primi. “La giusta direzione”, titolava qualche giorno fa l’Economist, sforzandosi di esaltare gli aspetti positivi: il ritorno alla democrazia fa ben sperare, ma poi si dovrà vedere quale ulteriore direzioni prenderà il voto.

Il movimento più organizzato e vicino ai Fratelli Musulmani, forte di migliaia di candidati indipendenti oltre a quelli ufficiali, è il Partito della Giustizia e della Ricostruzione di Muhammad Suwan. In nome del Corano lo incalza da vicino el-Watan, il partito di Abdel Hakim Belhaj, generalmente indicato come una creatura dell’Emiro del Qatar che nella guerra di coalizione ha avuto un ruolo politico e militare di primo piano.

I libici doc non sopportano granché l’intrusione qatarina, ma Belhaj, governatore militare di Tripoli dopo la caduta del Colonnello, ha combattuto duramente nella capitale fino a distruggere le ultime sacche di resistenza lealista. Ha meriti di guerra, ma i suoi trascorsi impensieriscono non poco l’Occidente. Ex qaedista, ha fatto la trafila classica dei capi del Jihad, compresa la guerriglia in Afghanistan contro i sovietici. Il suo nome era nella lista nera degli americani dopo l’11 Settembre. Eppure, le sue candidate si affacciano sui manifesti senza velo. Astuzia o pentimento?

Il fronte laico è diviso. La formazione principale è l’Alleanza delle Forze Nazionali di Mahmoud Jibril e Alì Tarhouni, già primo ministro e ministro dell’Economia e del Petrolio nell’esecutivo provvisorio post-Gheddafi. La figura più ambigua è quella di Jibril, ex ministro dell’Economia al fianco del Colonnello prima di sposare la causa dei ribelli. Il Fronte di Salvezza Nazionale, invece, è un gruppo dissidente storico che risale agli anni ’80, ma non sembra avere oggi molto peso.

La seconda grande linea di contrapposizione è quella etnica e regionale. Il mosaico delle tribù, anzitutto. E poi Bengasi, capitale della Cirenaica da sempre contrapposta a Tripoli, si sente tradita ed emarginata. Rivendica il ruolo fondamentale avuto nella rivolta contro il Colonnello e il fatto che gran parte del petrolio libico sgorga dal suo sottosuolo.

Un doppio merito che non si rispecchierebbe nella suddivisione dei seggi in Parlamento, tutto a favore della Tripolitania. Di qui, episodi di violenza come gli spari sugli elicotteri che trasportano le schede e assalti alle sezioni e seggi elettorali. Infine, nel Sud e in città come Misurata e Sirte restano attive le milizie.

Disarmarle facendole rientrare nel gioco democratico sarà una delle prime sfide del prossimo governo. La parola d’ordine dei nuovi potenti oggi è: dalla transizione alla ricostruzione. Ma sarà difficile, domani, capire subito l’esatto rapporto di forze uscito dalle urne, vista l’incerta etichetta di molti candidati (soprattutto islamisti).

Probabilmente l’esito non si discosterà troppo, nelle linee generali, dalla direzione che sembra aver preso ovunque la primavera araba: quella della vittoria islamista. Con tutte le incognite che porta con sé. Sarà una primavera dal clima pungente. Quasi invernale. Sperando che non si trasformi, dopo la febbre estiva delle elezioni, in un nuovo autunno della democrazia.    

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