La lezione di Minniti: governare l'immigrazione per salvare la democrazia

Il Ministro degli interni ha capito che il flusso incontrollato di migranti avrebbe potuto modificare gli assetti politico-sociali dell'Italia nel profondo

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Il ministro dell'Interno Marco Minniti - 7 luglio 2017. – Credits: ANSA/GIORGIO ONORATI

Due mesi dopo, la confessione. “Vi confesso che quando ho visto arrivare 12mila migranti in 36 ore e i sindaci protestavano per 30 o 50 richiedenti asilo, ho temuto per la tenuta democratica del nostro paese”. Ha fatto bene a preoccuparsi il ministro dell’Interno Marco Minniti, uno che ancora oggi si dice orgoglioso di non aver mai cambiato partito da quando militava nel Pci. Comunista o no, Minniti gode di buona stampa sui media liberali e di destra. Perché è istituzionale, concreto, parla poco, soprattutto non parla di politica, da molti anni esercita funzioni di governo in ruoli delicati (specie nel campo dell’Intelligence) e ha il pallino per la sicurezza.

Che è il tema principe di ogni campagna elettorale dei tempi odierni. Certo Minniti non appartiene alla schiera di quei politici di sinistra che considerano i flussi migratori un fenomeno epocale inesorabile, incontrollabile, in-arginabile. Ha ragione Minniti a ritenere che lo scorso giugno ci sia stato un momento in cui è emersa, in tutta la sua plastica evidenza agli occhi di un titolare dell’Interno, la minaccia di una frantumazione della “coesione sociale”.

Espressione poco conosciuta e poco usata, che invece corrisponde niente meno che alla solidità e stabilità del sistema. Alla tenuta dell’Italia.

La democrazia è un gioco di equilibri nel quale tutte le parti sociali e le fasce di popolazione riescono a non farsi la guerra perché ciascuna è garantita rispetto alle altre. Minniti non è il politico (di sinistra) che sottovaluta il potenziale negativo di un eccesso di sbarchi ragionando solo sui numeri.

Possiamo anche dirci tra noi che in Germania vengono accolti ogni anno molti più migranti che in Italia, e che se ogni Comune fosse disposto ad accogliere un piccolo numero di profughi, la percezione della cosiddetta “invasione” neanche ci sarebbe.

Possiamo dircelo ma serve a poco, perché la realtà è che migliaia e migliaia di migranti entrando nella clandestinità diventano reietti e possono varcare il confine della criminalità per “causa di forza maggiore”, cioè per sopravvivere, e vuoi per l’impatto che hanno sul tessuto delle nostre città, vuoi per la percezione di una vulnerabilità che producono nella nostra gente, sono in grado di modificare i risultati delle elezioni politiche, determinare la formazione di un governo piuttosto che un altro, e incidere profondamente nell’economia, nella cultura, nella vita quotidiana.

Che sia giustificato o meno l’allarme per la vicenda del branco (maghrebino?) di Rimini, la stessa democrazia vive di complessi equilibri sociali e di corretta informazione. Ci voleva un ministro “comunista” per dire, senza temere di essere accusato di razzismo, che l’immigrazione mette in gioco la democrazia.

La chiama in causa. La minaccia. E che per salvare la democrazia bisogna governare l’immigrazione. Che davanti alle coste libiche e nel deserto del Sahel si decide il futuro dell’Italia e dell’Europa. Che l’adesione trasversale al Partito della Sicurezza è più importante delle sfumature di rosso o di nero e quindi delle casacche ideologiche. E che la leadership si costruisce sui risultati che si ottengono, non sulle parole o sulle promesse o sui proclami verbali.

Morale: le chiacchiere stanno a zero. Fare di più, parlare di meno. La politica, quella vera, è più dietro le quinte che sotto i riflettori della scena. È nel retrobottega del governo che piccoli leader crescono.

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