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Giordania, l'ultimo tassello della triste favola della "primavera araba"

I fratelli musulmani in piazza contro Re Abdullah II, ultimo baluardo di stabilità in un Medio Oriente sempre più in fiamme

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Rania Al Abdullah, moglie del re di Giordania Bellissima e iperfashion, piace perché è moderna in un regno arabo e forse anche per questo è una delle regine più amate del momento. Laureata in Gestione di Impresa presso l'Università Americana del Cairo, lavora per Citibank e Apple prima di sposare Abdullah nel 1993, il quale all'epoca è ancora principe: diventa re nel 1999.(Nella foto: Rania di Giordania presenta a New York il suo libro per bambini The Sandwich Swap, uscito nel 2010) – Credits: Olycom

In Giordania regna una monarchia illuminata, profondamente religiosa e tollerante, ispirata a un’idea laica di governo e al modello di un Islam moderato che è stato ed è un elemento di pace e stabilità in una regione, quella mediorientale, attraversata da conflitti sotterranei e, ciclicamente, da guerre conclamate. Allora smettiamola di raccontarci la favola della primavera araba nel momento in cui vediamo ripetersi il film della piazza che si solleva contro la “dittatura”. Re Abdullah II di Giordania ha sciolto il parlamento in piena sintonia con le scelte che ha fatto prima di lui il Re del Marocco, un’altra monarchia “illuminata” e lungimirante, che per il momento sembra riuscita a arginare le rivendicazioni del fondamentalismo islamico.

Ci riusciranno Abdhullah II e la Regina Rania, tanto amata in Occidente? Dobbiamo augurarci di sì, ma il clima è rovente e non è detto che la dirigenza giordana, dimostratasi finora tanto saggia e abile da resistere con dignità al contagio delle guerre del confinante Iraq di Saddam Hussein, rischia per la prima volta, davvero, di soccombere a un movimento che appartiene alle grandi correnti della Storia. Un movimento che spazia da un capo all’altro del Califfato ideale sognato da Osama bin Laden e dai suoi emuli e nipoti, un progetto che affonda nell’ideologia e teologia dei Fratelli Musulmani che hanno appena conquistato, sull’onda della sedicente “primavera araba”, la loro culla, la loro patria, l’Egitto.

Il sovrano hashemita dovrà adesso calibrare le riforme per venire incontro a richieste che non hanno però come fine la democrazia, ma il potere. Un potere improntato alla fratellanza nella sharia.

Già oggi l’opposizione e i Fratelli Musulmani sono riusciti a portare in piazza ad Amman migliaia, forse decine di migliaia di persone (50 mila secondo gli organizzatori). La sinistra laica chiede riforme e lotta alla corruzione. Lo stesso chiedono, con uno spirito conservatore, retrogrado e potenzialmente violento, le masse galvanizzate dalla risorgenza estremista in tutto il mondo arabo.

Bisogna sperare che da un lato Re Abdullah II possa contare ancora sul proprio prestigio personale, poi sulla tenuta del proprio clan e del proprio sistema di potere “illuminato”, e in ultimo sulla fedeltà dell’esercito. C’è poco da tifare per la piazza a ogni costo, proprio come fu un errore tifare per la caduta dello Scià in Persia/Iran.

È arrivato il momento di risvegliarsi dall’illusione tutta occidentale che nel Nord Africa e in Medio Oriente si possa credere nella rivoluzione liberale, quando la realtà è una esplosiva coincidenza tra frustrazione popolare e propaganda integralista, opportunamente alimentate da anni e anni di duro lavoro dei “fratelli musulmani” e loro affini tra la gente.

La propaganda religiosa, la beneficienza e il volontariato sono serviti solo a gettare basi solide per una nuova e più insidiosa forma di regime basato insieme sul consenso e sulla mancanza di libertà. Dietro il paravento della democrazia e solidarietà, spuntano le fiamme di un incendio che prelude a un lungo “inverno arabo”. La Giordania e Amman sono solo l’ultimo tassello.    

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