Esteri

Noi che resistiamo a Fukushima

Mentre Tokyo comincia i preparativi per ospitare le Olimpiadi 2020 e la centrale torna a fare paura, ecco come si riprende a vivere nella zona che due anni fa venne colpita dalle radiazioni del disastro nucleare, grave come quello di Chernobyl

Fukushima. Un agricoltore controlla il livello di radiazioni di una pianta di cetriolo (Credits: YOSHIKAZU TSUNO/AFP/Getty Images)

di Piergiorgio Pescali - da Fukushima

Mentre la situazione nella centrale di Fukushima peggiora sempre più, rischiando di trasformare il sito in un generatore nucleare a cielo aperto, c’è chi non si arrende. «Voglio tornare a vivere sui miei terreni» lamenta un contadino che ha chiesto l’aiuto del Centro di volontariato per la ricostruzione di Minamisoma per ripulire dalle sterpaglie il campo della sua casa, situata nella zona di esclusione parziale, dove è possibile entrare ma non coltivare e risiedere permanentemente.

L’operatore lo ascolta ma quando quello si allontana dice: «Questa generazione difficilmente potrà rientrare in possesso delle sue abitazioni. Il nostro è principalmente un aiuto psicologico verso chi non si rassegna ad avere perso tutto ciò che aveva». Ancora oggi circa 150 mila persone evacuate dalla zona radioattiva vivono nelle cosiddette case temporanee, alloggi di fortuna ricavati da container dove, in pochi metri quadrati, risiedono più famiglie.

«Sarà così per anni» sospira un abitante di uno di questi centri. «I più anziani si sono rassegnati a morire qui, i più giovani tentano di andarsene a caccia di nuove prospettive». Eppure, pur tra mille difficoltà, l’indomito spirito giapponese continua a prevalere: appositi comitati organizzano feste, incontri, dibattiti che riescono, almeno per qualche ora, ad allentare la tensione che, inevitabilmente, si viene a creare tra le famiglie: «La maggior parte della popolazione viveva in grandi fattorie e i rapporti erano diluiti dalle distese di campi e prati, è inevitabile che, quando lo spazio attorno a te si restringe e sei obbligato a convivere a stretto contatto con altre famiglie, si creino degli attriti, a volte anche aspri».

Percorrendo le anguste vallate che dalla costa si dirigono verso l’interno, diventa chiaro come la topografia del terreno e le correnti atmosferiche abbiano incanalato la radioattività che fuoriesce dai reattori danneggiati lungo una lingua che si allunga per una trentina di chilometri verso nord-ovest.

Addentrandosi in queste terre desolate si incontrano centri che hanno passato indenni la prova del terremoto e dello tsunami, ma che sono stati investiti dall’ondata invisibile dei radionuclidi. Villaggi perfettamente intatti ma abbandonati dai loro abitanti. Iitate è divenuto uno dei paesi simbolo di questo abbandono: i terreni dove pascolavano mucche, la cui carne era considerata una prelibatezza, oggi ospitano mandrie di ruspe che raspano la superficie sino a 20 centimetri di profondità con l’intento di eliminare il cesio 137 rilasciato dal fallout nucleare.

Tonnellate di metri cubi di suolo contaminato sono poi stoccati in sacchi neri numerati singolarmente, in attesa di trovare una soluzione per purificarlo. Nelle campagne attorno alla città di Fukushima le autorità hanno optato per una soluzione differente, come spiega Sachiko Goto: «Il basso livello di radioattività registrato ha consentito di raschiare solo i 10 centimetri superficiali delle aree antistanti i luoghi pubblici (scuole, ospedali, ndr). Questo materiale è stato poi sotterrato e ricoperto con terreno non contaminato».

Dell’efficacia di questa soluzione sono in molti a dubitare: le radici delle piante e lo smottamento naturale del terreno rischiano di riportare in superficie la parte inquinata. Sachiko, però, insiste sulla sicurezza dell’operazione. Lei gestisce un’azienda famigliare di frutta e le sue pesche, coltivate secondo rigorosi criteri biologici, sono tra le più apprezzate della zona.

L’incidente di Fukushima, però, ha messo a repentaglio la sua attività come quella di altri agricoltori. «Molti hanno registrato un calo di vendite anche del 40 per cento. Noi, grazie alla vendita diretta, solo il 20». La recente disposizione della prefettura di Fukushima di compensare parzialmente le perdite dovute alla nube radioattiva ha permesso ad alcune attività di risollevarsi, anche se per molte è già troppo tardi.

«Alcuni se ne sono andati, altri hanno cercato un altro lavoro» informa Yasuhiko Niida, presidente della Kinpou, dal 1711 una delle più antiche aziende produttrici di sake in Giappone. Benché la società di Niida si trovi a una sessantina di chilometri dalla centrale nucleare di Fukushima, nella provincia di Koriyama, i venti che soffiano dal mare hanno trasportato fin qui notevoli quantità di isotopi radioattivi.

Il 2011 era un anno importante per la Kinpou: «Per i 300 anni di vita avevamo tanti eventi da organizzare, l’incidente di Fukushima ci ha messi in ginocchio». La tenacia di Yasuhiko e il rispetto per i suoi antenati, lo hanno convinto ad affrontare le difficoltà. Non solo è riuscito a mantenere in vita l’impresa famigliare, ma non ha licenziato nessuno dei suoi 20 dipendenti. «Ciò che ci ha permesso di sopravvivere è stata la qualità. Il nostro sake è uno dei pochi in Giappone a essere prodotto al 100 per cento con riso e, per di più, biologico».

E ora Niida ha un ultimo sogno da realizzare: «Convincere entro il 2025, quando compirò sessant’anni, tutti i contadini della zona a coltivare riso biologico». Meno ambizioso, ma altrettanto edificante, è il progetto di Shigeki Oota, un giovane agricoltore che, abbandonata una promettente carriera a Tokyo, si è trasferito nello sperduto villaggio di Hippo, nella prefettura di Miyagi.

Gli ioni radioattivi hanno raggiunto anche questa vallata abitata da piccoli contadini che coltivano riso lungo le erte pendici dei monti. Un lavoro duro, fatto per lo più a mano, che ha temprato il carattere degli abitanti. È anche per questo che le divergenze che hanno diviso la comunità di Hippo, si sono trasformate in aperti conflitti. «Eravamo circa 3 mila persone, molte delle quali arrivate qui da pochi anni, attirate dalla tranquillità e dalla bellezza della zona. Ora ne sono rimaste 700» spiega Miko Iwasa, moglie di Shigeki e figlia di un noto regista di documentari a sfondo sociale.

L’arrivo della nube radioattiva ha portato con sé anche i dissapori tra una generazione di 30-40enni antinuclearisti e una più anziana, composta essenzialmente da gente che voleva evitare di sollevare il problema radioattività. Molti dei nuovi arrivati se ne sono andati, ma gli Oota, con i loro quattro figli, hanno deciso di restare continuando a produrre miso, la salsa agrodolce utilizzata per insaporire la verdura.

La loro tenacia è stata premiata: «Ci siamo resi conto che un monitoraggio continuo della radioattività non significa automaticamente che i nostri prodotti siano contaminati». Cambiando direzione, si raggiunge Ishinomaki, grosso centro peschereccio completamente distrutto dallo tsunami del 2011. Lo sversamento in mare di acqua radioattiva ha indotto i compratori di Tokyo a cambiare fornitori dirigendosi a Hokkaido e mettendo in ginocchio l’intera industria marinara del porto.

«Per due anni e mezzo i governi che si sono succeduti a Tokyo hanno rimandato ogni decisione. Siamo stanchi» dice un pescatore. Anche questo immobilismo, che il governo di Shinzo Abe ha imputato alla divisione delle Camere, una a maggioranza democratica e l’altra liberaldemocratica, ha indotto nelle elezioni di luglio gli elettori a votare in blocco per il Partito liberaldemocratico, favorevole alla scelta nucleare. Abe non ha più alcuna scusa.

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