L'alternativa italiana agli anti euro

La storia di European Alternatives, un'associazione europeista nata da una discussione al ristorante che mette insieme giovani di tutta l'Unione

Da sinistra, Lorenzo Marsili e Niccolò Milanese, fondatori di European Alternatives (Credits: European Alternatives)

Marco Pedersini

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Roma, via del Governo vecchio. È il 2007, Lehman Brothers è una solida banca d’affari e gli italiani pensano alla Grecia solo quando devono pianificare le vacanze. "Ero in un ristorante con Niccolò Milanese, che nonostante il nome è inglese (suo nonno emigrò per lavorare in Galles). Discutevamo di Europa, un tema di cui si parlava poco" dice a Panorama.it Lorenzo Marsili, che allora era un dottorando a Londra. Laureato in filosofia, studiava Teoria politica applicata alla Cina. Nel tempo libero lavorava alla rivista "Naked Punch ". Non avrebbe immaginato di ritrovarsi, nel 2013, in giro per l’Europa per conto dell’associazione di cui è direttore – un’idea nata in osteria che ora dà lavoro a 15 persone.

Com’è nata l’associazione?
Parlavo con Niccolò, al tavolo di quel ristorante, di come i cittadini europei fossero sempre meno incisivi, di come servissero dei corpi intermedi, una rete transazionale di associazioni che fosse capace di fare politica a livello europeo. Sentivamo che la gente doveva riprendere il controllo del futuro comune di questo continente. Allora ci siamo detti: "Perché non facciamo qualcosa di concreto?".

Non potevate iniziare facendo politica in un partito?
Non faceva per noi. Io ho un background internazionale: ho trascorso gli ultimi due anni del liceo a Boston e quelli dell’università a Londra. Non ho mai preso più di tanto parte in movimenti o partiti, perché negli anni in cui di solito ci si avvicina all’attivismo politico ero già all’estero. Poi c’è un’altra ragione: volevamo fare la nostra parte per far nascere una società civile europea, perciò volevamo fare qualcosa oltre i confini nazionali. Ci stiamo riuscendo. Da due anni mettiamo in rete organizzazioni e movimenti.

Com'è andata la prima volta?
Al primo festival che abbiamo organizzato, a Londra, eravamo due italiani, due inglesi, un francese, una spagnola e un polacco. È stato il primo evento della nostra associazione, European Alternative: un festival in occasione del 50esimo anniversario dei Trattati di Roma, quelli che hanno fondato il mercato comune europeo. Dieci giorni per portare le discussioni accademiche nella sfera pubblica. Abbiamo racimolato tremila euro qua e là e siamo partiti.

Perché a Londra?
Londra era la città giusta, perché è la metropoli più europea che ci sia. È un posto in cui, se entri in un ristorante, è difficile che più di due siano inglesi.

Molti britannici, però, vorrebbero dire addio all’Unione Europea.
Sì, c’è una tragica incapacità delle forze più progressiste inglesi di essere convincenti, di spiegare anche alla pancia della Gran Bretagna che l’euroscetticismo non è una risposta all’altezza dei problemi. I politici hanno paura, non vogliono mettere in campo alcuna retorica europeista minimamente coraggiosa. Eppure la Gran Bretagna è forte proprio perché è un grande melting pot europeo. Penso alla ricchezza portata da quelli come me, che hanno potuto studiare nel Regno Unito pagando le tasse universitarie come i loro compagni inglesi e mi chiedo perché trasformare quest’isola in una copia deprimente di Hong Kong.

Dove si trova ora la vostra European Alternatives?
Abbiamo iniziato in un vecchio magazzino semiabbandonato nell’East End londinese. Ora siamo in 15, di cui 6 in Italia. Gli altri sono a Parigi e a Berlino. Siamo presenti in 14 paesi europei e lavoriamo con centinaia di partner per costruire iniziative che permettano ai cittadini di far sentire la propria voce fino a Bruxelles. Io sono a tornato a Roma da un anno e mezzo, ma sono sempre in giro per l’Europa. Oggi sono in Finlandia, ieri ero in Lapponia.

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