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Ecco chi è Ed Miliband, il laburista che studia da premier

Potrebbe essere proprio lui il prossimo inquilino di Downing Street, approfittando della debolezza dei conservatori

Quale sinistra. Quale Labour. Quale governo. Quale leader. Ed Miliband, 42enne segretario dei laburisti britannici, celebra il congresso del partito a Manchester e si fa strada faticosamente verso la vittoria nelle elezioni del 2015 (o anticipate nel 2014) che potrebbero consacrarlo Primo ministro. Il Labour vola nei sondaggi (39 per cento contro il 29 dei conservatori e il 10 dei liberal-democratici), ma solo il 22 per cento dei sudditi di Sua Maestà crede a Miliband come premier, come condottiero del Regno Unito nelle acque agitate della crisi e del declino dell’Europa.

Eppure, dopo Tony Blair, Gordon Brown e David Cameron, potrebbe essere proprio lui a raccogliere il testimone con un governo di sinistra che non sarà né un ritorno all’Old Labour (incapace di parlare al settore privato, ai piccoli e medi imprenditori, alle famiglie del ceto medio e alto), ma neppure la riproposizione del New Labour dei blairiani (screditati dall’incapacità di prevedere e prevenire la crisi finanziaria e quindi accusati di complicità con le banche d’affari e corresponsabili del crescente divario tra salari bassi e alti).

Miliband sta cercando di costruirsi un’immagine vincente, una personalità convincente. Un carisma, anche se il carisma non si costruisce, lo si ha o no. Miliband è un po’ com’era Hollande in Francia: un professionista della politica cresciuto nel partito, piuttosto grigio ma per bene, e dotato di un appeal crescente grazie anche, anzi soprattutto, al deficit di consenso degli avversari. Hollande è entrato all’Eliseo perché non era più tollerabile per i francesi che vi restasse Sarkozy. Ed Miliband potrebbe varcare la soglia di Number 10, Downing Street, sull’onda del fallimento della coalizione conservatrice e Lib Dem. Non per meriti propri, ma per demeriti dei Tories e per la caduta dei liberal-democratici di Clegg.

Per guadagnare in carisma, Miliband punta sulla propria biografia, un po’ all’americana, alla Obama e alla Romney e alla Paul Ryan. “Sono nato nell’ospedale pubblico più vicino a casa, lo stesso dove sarebbero nati i miei due figli. Sono andato alla scuola del mio quartiere, con ragazzi di tutte le estrazioni sociali”. Poi la saga familiare. Una storia oggettivamente edificante ed emotivamente importante. L’arrivo dei genitori in Gran Bretagna, profughi ebrei del nazismo. Il padre Ralph, ebreo polacco e intellettuale marxista, e il silenzio tra lui e la moglie in casa, sulla Shoah, per il troppo dolore e il peso terribile del senso di colpa dei sopravvissuti.

Tutto nelle parole di Ed davanti alla platea laburista di Manchester. E ancora, il riferimento sorprendente (ma non troppo) a Benjamin Disraeli, anche se era (o proprio perché era) conservatore, Tory, e in particolare al suo incitamento-slogan al senso e al partito della One Nation, che coniuga il nazionalismo imperiale, di cui è pur sempre intriso il popolo britannico, e la solidarietà patriottica di fronte alle sfide di un mondo globalizzato e sempre meno sicuro. E poi l’idea del One Nation Party, il partito di una sola nazione che all’ombra della bandiera può metter d’accordo laburisti e conservatori. Destra e sinistra.

Infine, la politica economica, quel criticare (piatto forte della propaganda di Ed) l’ossessione di Cameron per il contenimento e la riduzione del debito pubblico attraverso tagli e austerità che hanno prodotto il contrario (come da noi con Monti). “Se si impedisce all’economia di crescere, più persone restano disoccupate e chiedono sussidi, le imprese faticano e pagano meno tasse, e come risultato, il debito aumenta”, dice Miliband. Tesi che non dispiacerà agli elettori delusi liberal-democratici. È là che pesca Ed, nel centro: “Non chiamatemi Red Ed” (Ed il Rosso). Cercando di tenere insieme la vecchia sinistra con la propria biografia e le parole e i temi giusti. Il richiamo a un sistema sanitario nel quale non c’è bisogno, entrando in un ospedale, di esibire la carta di credito.

La volontà di una redistribuzione della ricchezza in partenza, attraverso non più il salario minimo ma il salario “equo”. L’appello agli immigrati (la Gran Bretagna è una società realmente multietnica).

Poi le punzecchiature alle banche e ai ricchi, o meglio ai ricchi diventati ricchi giocando in borsa. L’unico vero problema è quello individuato nei giorni scorsi da un commento di Janan Ganesh sul Financial Times: Miliband è troppo debole, troppo scontato, e ha una strategia che “lo rende mortalmente vulnerabile a un recupero dei Lib Dem, e che lo lascia impreparato in una campagna politica nazionale nella quale la sua grande abilità politica, quella di elettrizzare platee che sono già d’accordo con lui, non gli sarà sufficiente”. Ed dovrà crescere, mitigare il timbro nasale della voce e tirar fuori qualche contenuto e qualche tocco di originalità in più. Altrimenti, la sua vittoria dipenderà sempre dalle alterne fortune e dagli alti e bassi dei rivali.

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