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Centrosinistra, la macedonia che vuole governare l'Italia

Caso Renzi, diritti civili, ambientalismo: ecco perché una coalizione che vada da Vendola a Casini, con Bersani garante, è destinata a sfasciarsi come nel 2008

Il segretario del partito Democratico, Pier Luigi Bersani (D), stringe la mano al leader di Sel Nichi Vendola alla festa dell'Italia dei Valori a Vesto (Chieti), in una immagine del 16 settembre 2011. – Credits: ANSA/D'ERCOLE-SCHIAZZA

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Tutti insieme spassionatamente. Il Partito democratico è talmente sicuro di vincere ma di non poter governare da solo, che l’intramontabile patrigno nobile del Partito democratico, Massimo D’Alema (ancora lui), annuncia la grande ammucchiata. Non la chiama così, ovviamente. E non la chiama neppure “la nostra bella Armata Brancaleone” o “la nostra nuova gioiosa macchina da guerra”. No. Dice: “Se vinciamo le elezioni governeremo con la sinistra di Vendola e i moderati di Casini. Questa è la condizione per una maggioranza sufficientemente ampia per governare”.

Sufficientemente? Ci sarebbe di tutto di più, peggio che alla Rai. Sarebbe Pro e contro la politica di Monti. Pro e contro i matrimoni gay, l’aborto e l’eutanasia. Pro e contro l’Alta Velocità e i fanatismi ambientalisti. Pro e contro le sovvenzioni alla scuola privata. Pro e contro Israele e gli Stati Uniti. Pro e contro il capitalismo e l’economia “liberale”. Pro e contro le liberalizzazioni, le privatizzazioni e le dismissioni. Pro e contro i tagli alla spesa pubblica. Pro e contro gli operai e la classe media. Pro e contro le grandi infrastrutture. Pro e contro la riforma del lavoro e quella delle pensioni.

Ma il bello non è ancora questo, non è la prospettiva penosa dell’ennesima coalizione “vincente” destinata a frantumarsi il giorno dopo, capace solo di mettere in piedi un esecutivo per distribuire le poltrone ma poi incapace di assumere alcuna vera decisione strategica, perciò votata al litigio costante, alla rissa sui giornali e in Consiglio dei ministri. Allo stallo, all’inerzia, al fallimento. D’Alema lo sa bene, lui che ha coronato le sue ambizioni da premier solo giocando allo sfascio e subentrando a Romano Prodi quando la coalizione “vincente” del centro-sinistra garantita dal Professore si era auto-affondata spaccandosi sulla politica estera e poi con la fuoriuscita di Rifondazione Comunista. Non è questo. Il bello è il modo in cui D’Alema tenta di giustificare la macedonia, l’accostamento storci-bocca e budella tra canditi e sottaceti. Sarà il PD, proclama infatti alla festa di partito, il “garante” del governo Bersani-Vendola-Casini (ma perché non anche Di Pietro, che ha già fatto sapere di essere disponibile). Il  PD? Quale? Quello di Bersani o quello di Renzi, che ieri D’Alema ha accusato di essere sceso nell’agone non per rottamare, ma per “litigare con tutti”? Quello di D’Alema o quello di Matteo Orfini, responsabile comunicazione del partito, che non vuole nel prossimo esecutivo gli ex ministri dei governi D’Alema, Prodi e Amato? Il PD dei “giovani turchi” o quello di Rosy Bindi?

Dei trenta-quarantenni, dei cinquantenni o degli ultrasessantenni? Dei laici o dei cattolici? Dei sindaci o dei parlamentari? Di Enrico Letta o dei capi e capetti del vecchio Pci-Pds-Ds e successive evoluzioni e/o involuzioni? Quello dei giustizialisti amici dei Pm o quello dei garantisti custodi di una sinistra (minoritaria, ormai) dei diritti civili? Quello di Dario Franceschini, cattolico, o dell’editore ultra-radicale de l’Unità, Maurizio Mian, fautore della liberazione sessuale e del “felicismo”? Quello di D’Alema o della Serracchiani che l’attacca: “Ha perso, all’estero chi perde si ritira”? Insomma, il PD è già di per sé un’accozzaglia di feudi, retaggi e sensibilità che si scontrano su tutti i temi importanti, ma nella visione forzatamente e interessatamente ottimista di D’Alema proprio il PD, devastato all’interno da rivalità personali e ideologiche, dovrebbe farsi “garante” dell’unità di una coalizione che avrebbe come unico collante, ancora, l’anti-berlusconismo con o senza Berlusconi, e l’amicizia con Bersani.

Non è un’esagerazione o una semplificazione. È testualmente quel che dice D’Alema: la coalizione PD-SEL-UDC sarebbe formata da partiti che si sono opposti a Berlusconi e, “seppure con opinioni diverse, sia Vendola sia Casini hanno manifestato stime e riconoscimentodel ruolo di Pier Luigi Bersani, buona premessa perché si riconosca al leader del maggior partito la credibilità per guidare il Paese”. Ossia: la credibilità di Bersani si fonda sulla stima di Vendola e Casini (stiamo messi bene…). Quello che D’Alema non dice è che magari lui stesso potrebbe tornare a fare il ministro degli Esteri (se non il capo dello Stato in alternativa a Prodi) e passeggiare nelle capitali del Medio Oriente a braccetto con i terroristi, mentre Casini a Washington si spertica in lodi per Obama o, peggio, per Romney, e a Roma, capitale del cattolicesimo, Vendola si dibatte in un furioso corpo a corpo con Cesa e Volontè sul diritti delle coppie o dei coniugi gay di adottare figli. E tutto perché? Per placare la fame, per rompere il digiuno di poltrone a cui il Paese li ha condannati negli ultimi anni. Attenzione: non è un’ipotesi assurda. Può succedere. Altro che olio di ricino.
Canditi e sottaceti…  

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