Politica

Berlusconi: condanna contro logica

I cinque punti che mettono in discussione la sentenza Mediaset

La lettura della sentenza di condanna di Silvio Berlusconi in Cassazione (Credits: Alessandro Di Meo/Ansa)

Si può essere condannati per aver commesso un reato oppure, in alternativa, per averlo «ideato». Cose che capitano soltanto in Italia. Così, nelle motivazioni della condanna a 4 anni di reclusione inflitta a Silvio Berlusconi in Cassazione, si legge che l’imputato fu «l’ideatore del meccanismo del giro dei diritti» relativo all’acquisizione dei prodotti televisivi. Un «gioco di specchi sistematico», un meccanismo illecito «promanante in origine da Berlusconi», ideato da lui e ordito da altri. Sul Cavaliere infatti ricadrebbe la colpa, o il peccato, di aver «lasciato che tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti da lui scelti, che continuavano a occuparsi della gestione in modo da consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale». Il 19 ottobre la Corte d’appello di Milano dovrà rideterminare la durata dell’interdizione dai pubblici uffici rispetto ai 5 anni stabiliti in secondo grado. In altre parole, a Berlusconi vengono addebitate le cattive invenzioni o intenzioni, di reati da lui perpetrati non esistono prove. Il tutto secondo una logica che spesso traballa. Di fronte a una simile performance giudiziaria, di fronte alle falle macroscopiche che ammorbano il nostro sistema di amministrazione della giustizia, ecco cinque motivi per cui questa sentenza non sta in piedi.

1 «Socio occulto» è Gordon: parola della procura. Chi è davvero l’ex presidente della Paramount Bruce Gordon? I pm di Milano non sembrano avere le idee chiare. Secondo la sentenza di condanna, Gordon sarebbe parte lesa, i diritti tv Paramount sono stati utilizzati da Berlusconi per trarre plusvalenze da dividere con il socio occulto Frank Agrama. Eppure il 9 febbraio 2005 la Procura di Milano scrive a Daniel Goodman, del dipartimento di Giustizia statunitense, per approfondire una pista di segno opposto, secondo cui la «truffa» sarebbe stata perpetrata ai danni di Mediaset mediante un sodalizio criminale tra Agrama e Gordon. Quindi, nell’ipotesi iniziale dei pm milanesi Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale, il «socio occulto» di Agrama non sarebbe Berlusconi, ma proprio lui, Bruce Gordon.

Berlusconi e Mediaset compaiono invece come vittime di un’operazione di frode fiscale. Si legge nella richiesta di rogatoria internazionale: «È univocamente emerso che i rapporti commerciali tra la Paramount e Fininvest/Mediaset sono stati esclusivamente gestiti da Bruce Gordon, che di fatto ha imposto, sin dall’inizio, che le vendite dei diritti Paramount fossero necessariamente e sempre intermediate da Agrama, non consentendo in alcun modo una trattativa diretta con la controparte. L’interposizione di Agrama non aveva alcuna utilità di carattere commerciale o di altra natura, se non, scrivono i pm, «quella di essere funzionale a interessi esclusivamente economici dello stesso Agrama e di Bruce Gordon, in accordo con soggetti riferibili al gruppo Berlusconi». Secondo Robledo e De Pasquale, il danno subito da Mediaset a causa dei ricarichi sui diritti tv sarebbe «quantificabile, allo stato, in circa 170 milioni di dollari nel periodo 1988-98». Risulta inoltre che i prodotti Paramount vengano ceduti da Gordon ad Agrama a prezzi inferiori a quelli di mercato, danneggiando così la stessa Paramount. «Da alcune dichiarazioni risulta che Gordon partecipava direttamente ai profitti illecitamente conseguiti», il che spiegherebbe perché egli sia stato poi allontanato dalla Paramount in modo riservato a seguito di una inchiesta interna sulla «liaison Gordon-Agrama». Come se non bastasse, i pm di Milano chiedono ulteriori approfondimenti circa un medesimo meccanismo di frode ai danni di Mediaset ordito, secondo lo stesso schema Gordon-Agrama, dall’intermediario Alfredo Cuomo e dalla società Fox: «Vi è stato un ricarico da parte di Cuomo nelle vendite a Fininvest e a Mediaset di entità tale da determinare l’effettuazione di una due diligence interna e l’interruzione del rapporto». Pochi giorni dopo, il 23 febbraio 2005, i pm chiedono il rinvio a giudizio per Berlusconi e gli altri imputati accusati di falso in bilancio, appropriazione indebita e frode fiscale. La rogatoria non ha ancora avuto alcun esito, ma per imperscrutabili ragioni quella pista viene repentinamente abbandonata e Berlusconi torna a essere considerato il deus ex machina di un diabolico meccanismo fraudolento in complicità con Agrama.

2 Agrama: intermediario reale o fittizio?
 

Per i magistrati che hanno condannato Berlusconi Agrama sarebbe un intermediario fittizio della Paramount, operando in realtà come agente di Mediaset. Va detto che il 27 giugno 2012 nel parallelo procedimento Mediatrade (altra società della galassia del Cav), riguardante anch’esso presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv con riferimento al biennio 2003-2004, il gup di Roma ha riconosciuto l’effettiva attività di intermediazione svolta da Agrama dichiarando il non luogo a procedere nei confronti suoi e di Berlusconi perché «il fatto non sussiste». La sentenza di proscioglimento, emessa anche nei confronti di Pier Silvio Berlusconi e di altri 10 imputati, è stata poi confermata dalla Cassazione. Ma che cosa dice Gordon di Agrama? Nonostante le eccezioni della difesa, Gordon non è mai stato esaminato in dibattimento. È agli atti una corrispondenza epistolare fra lui e il legale di Agrama, Roberto Pisano, in cui l’ex presidente della Paramount, che stando al ragionamento dei magistrati dovrebbe ritenersi danneggiato, conferma il ruolo di intermediario di Agrama e di molti altri imprenditori nei confronti della Paramount. Gordon spiega i vantaggi di carattere fiscale, pratico ed economico che la Paramount ha tratto per anni dall’attività di intermediazione tra l’azienda americana e i broadcaster europei: «Gli studios» scrive Gordon «hanno la necessità di recuperare gli alti costi di produzione, essi accettano la più alta offerta di prezzo sul mercato per il più grande pacchetto di programmi. Dopo è compito dell’acquirente rivendere il maggior numero di programmi possibile a prezzi perfino più alti, poiché egli rimane sempre con molti programmi che non sono adatti ma per i quali ha pagato prezzi elevati». Dunque l’assenza di limiti ai prezzi applicati (anche) da Agrama, «i rilevantissimi guadagni» che, secondo i magistrati, sarebbero giustificati soltanto nella logica del sodalizio criminale con Berlusconi, rispondono a un criterio di razionalità economica. I pacchetti contengono sempre programmi di serie B o che, a causa del doppiaggio, sono destinati a non avere successo. Perciò, spiega Gordon, «questi prodotti di solito finiscono negli archivi dell’intermediario e di conseguenza l’intermediario deve chiedere prezzi molto elevati per gli show che gli acquirenti vogliono, così da poter recuperare i suoi costi verso gli studios e realizzare un profitto». Quelle di Gordon non sembrano le parole di un produttore raggirato per anni dal diabolico duo Agrama-Berlusconi. Che sia la difesa d’ufficio di un ex sodale? Non possiamo saperlo, anche perché la procura, contro ogni logica, ha abbandonato ben presto la pista che scagionava del tutto Berlusconi.

3 La banda dell’1 per cento

Che cosa non si farebbe per evadere anche una tassa piccola piccola? Mediaset acquistava ogni anno prodotti televisivi per un valore totale di quasi 1 miliardo di dollari. Una parte di questi, da 30 a 50 milioni di dollari, venivano comprati dalla Paramount con l’interposizione di Agrama. Le dichiarazioni fiscali «fraudolente» di Mediaset, alla base della condanna, riguardano gli anni 2002 e 2003: secondo gli accertamenti fiscali, l’azienda di Milano2 avrebbe evaso in quel biennio un importo pari a 7,3 milioni di euro. Dunque, nella logica dei giudici, Berlusconi avrebbe costituito «un sodalizio criminale» con Agrama per evadere una somma pari a poco più dell’1 per cento del totale delle imposte versate da Mediaset all’erario nel biennio oggetto della contestazione (pari a 567 milioni di euro). Un’azienda che, dalla sua fondazione a metà degli anni Novanta sino a oggi, ha pagato 6 miliardi di euro di tasse. A proposito di numeri, in pochi sanno che una sola delle molte inutili consulenze contabili ordinate dalla procura è costata ai cittadini quasi 3 milioni di euro.

4 Giro dei diritti tv: Berlusconi vittima o artefice?

Nei filoni romano e milanese sul caso Mediatrade, relativo anch’esso al cosiddetto «giro dei diritti tv», il giudice dell’udienza preliminare ha dichiarato in entrambe le sedi il non luogo a procedere nei confronti di Berlusconi. Le contestazioni erano le medesime ma relative ad anni diversi. In particolare, il 18 ottobre 2011 il gup di Milano proscioglie Berlusconi escludendo qualunque sua responsabilità in qualità di azionista di maggioranza o di «gestore di fatto» di Mediaset. Il 27 giugno 2012 invece il gup di Roma dichiara la totale insussistenza del fatto, utilizzando l’intero materiale probatorio proveniente dal processo per il quale Berlusconi è stato condannato a 4 anni di reclusione. Le conclusioni del giudice a Roma sono opposte a quelle addotte dai giudici della condanna: Agrama era un intermediario terzo e indipendente, la maggiorazione dei prezzi era ragionevole e, in ogni caso, non vi è traccia di alcuna retrocessione a favore di Berlusconi o di Mediaset. Dall’esame dei conti correnti di Agrama è stato invece provato che ogni guadagno proveniente dalla sua attività commerciale è rimasto nella sua esclusiva disponibilità, senza alcun trasferimento a favore di Berlusconi. Sono invece provati alcuni versamenti a favore di dirigenti infedeli dell’azienda. Ma nel caso di Berlusconi sembra che non spetti ai pm provare la sussistenza di eventuali retrocessioni in suo favore, ma che tocchi piuttosto alla difesa provarne l’insussistenza. Le sentenze di proscioglimento nei due procedimenti Mediatrade sono state confermate in Cassazione.

5 Berlusconi e i «poteri gestori» in Mediaset.

Nella logica dei giudici, Berlusconi è stato «ideatore di un reato» perpetrato da altri che di tale meccanismo si sono avvantaggiati. Fra questi ci sarebbero alcuni collaboratori infedeli che da Agrama ricevevano importanti plusvalenze. Secondo i giudici, Berlusconi sapeva, anzi non poteva non sapere, e la sua «colpa» sarebbe quella di aver permesso che «tutto proseguisse inalterato mantenendo nelle posizioni strategiche i soggetti» che nel contempo percepivano tangenti «in nero» da Agrama (in un caso 4,5 milioni di euro per far sì che l’azienda acquistasse l’intera produzione annuale della Paramount). Quindi Berlusconi, che era ed è attraverso Fininvest il principale azionista e beneficiario degli utili, avrebbe consentito che Mediaset acquistasse prodotti Paramount in eccedenza innalzandone i costi per poi dividere l’utile con Agrama. E, pur di mettere in atto tale meccanismo, avrebbe lasciato che alcuni dirigenti, che gestivano l’intera compravendita dei diritti tv per conto di Mediaset (non solo con la Paramount), venissero rimpinguati a suon di mazzette. Prostrandoci sempre alla logica ineffabile dei nostri magistrati, Berlusconi, che il 29 gennaio 1994 lascia la presidenza della Fininvest, non ricopre alcun incarico societario e non firma nessuna dichiarazione dei redditi né altra certificazione fiscale per l’azienda, viene processato e condannato; i soggetti dotati dei poteri di rappresentanza, che hanno firmato e presentato quegli atti ritenuti «fraudolenti», vengono assolti. Sul punto il gup di Milano, che proscioglie Berlusconi per le medesime contestazioni, scrive: «Il complessivo tenore della corrispondenza intervenuta negli anni 2001-2003 tra Agrama e la dirigenza Mediaset collide nettamente con l’impostazione accusatoria. [...] Il carteggio esaminato costituisce altresì una chiara smentita dell’asserita titolarità in capo a Silvio Berlusconi di poteri di fatto sulla gestione di Mediaset negli anni di riferimento del presente giudizio (2002-2009), risultando evidente dal tenore complessivo delle missive, nella loro concatenazione temporale e logica, che nessun intervento fu posto in essere da Silvio Berlusconi sui vertici della Mediaset per assecondare le richieste di Agrama, che infatti vide radicalmente diminuire il suo fatturato con le società del gruppo». Contro ogni logica, due precise sentenze della Cassazione, che con decisioni passate in giudicato hanno statuito l’assoluta estraneità di Berlusconi alla gestione di Mediaset negli anni in questione, non sono state tenute in nessuna considerazione. In proposito, ha sottolineato Fedele Confalonieri: «La prova che si tratti di una sentenza aberrante è che io, che firmo i bilanci di Mediaset, sono stato assolto due volte. Quello che faceva il presidente del Consiglio nel 2003 è condannato a quattro anni per frode fiscale».

© Riproduzione Riservata

Commenti