Non se ne esce. Certamente non se ne esce così. Perché nell’Europa degli egoismi, delle paure e anche dell’irresponsabilità non c’è un soggetto in grado di essere guida e fare sintesi. Quando l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, prende dolorosamente coscienza della mancanza di unità interna tra gli Stati d’Europa non fa che certificare il fallimento del ruolo che dovrebbe avere il "governo" del nostro continente. Sono quindi da sottoscrivere le parole del vice di Angela Merkel dopo il mancato accordo sul piano di redistribuzione dei migranti: "L’Europa si è disonorata".

Ne va preso atto: i vertici straordinari non hanno risolto nulla, i "bilaterali" men che meno. Ci si muove, ancora una volta, disordinatamente. Non esiste una rotta comune mentre quell’immensa bara d’acqua che è diventato il mare Mediterraneo fagocita ogni giorno cadaveri.

La situazione attuale, lo abbiamo scritto mille volte, è figlia della mancanza di un piano coordinato riassumibile in due concetti: chi scappa dalla guerra deve essere accolto, l’altra immigrazione deve essere gestita. Perché viceversa si alzano i muri, ci si chiude e ci si sottrae dalle responsabilità. E non è con l’improvvisazione, con iniziative estemporanee che si faranno passi avanti. Non ha senso dire che adesso parte la crociata contro gli scafisti, che i militari avranno il potere di fermare i barconi: non è vero.

È una colossale bugia. Nessuna nave potrà rispedire indietro i migranti né potrà riaccompagnarli nei porti di origine. Si tratta di un’impostura mediatica, l’ennesima. Fa il paio con il piano di redistribuzione dei profughi, contrabbandato due mesi fa come il punto di svolta e rivelatosi oggi per quello che è: una finzione.

I cittadini di questa Europa svergognata e disonorata pretendono risposte che possono e devono arrivare in tempi brevissimi. Il governo italiano non può stupidamente innalzare il vessillo dell’orgoglio perché l’Europa "si è svegliata dal torpore". Acciderbolina: che cosa è cambiato dopo il risveglio? Nulla. Dal momento allora che il nostro presidente del Consiglio ama viaggiare e usare a più non posso il costosissimo aereo di Stato, viene da consigliarli di tornare a New York e andare senza perdere ulteriore tempo a Manhattan, al 760 di United Nations Plaza: lì c’è l’ufficio del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban-Ki-Moon.

Si piazzi lì, se ne ha l’autorevolezza, e torni indietro solo quando avrà una risoluzione chiara che autorizza una forza multinazionale a intervenire direttamente nei Paesi da dove partono i barconi. Viceversa continui ad accomodarsi nei salotti televisivi a vanagloriarsi, a cercare smalto mediatico nel tentativo di arginare la sfiducia degli italiani che, ogni giorno di più, cresce nei suoi confronti.

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