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Le umane debolezze di Monti (e di Napolitano)

A leggere le convulse cronache di queste settimane parrebbe che la democrazia sia diventata un rischio

L'arrivo di Monti in auto

Il nostro Premier in auto per raggiungere il più importante meeting annuale di tecnologia. Idaho, 12 Luglio 2012 (Credits:EPA/Andrew  Gombert)

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Chi l’ha detto che insieme al rigore non si possa attuare una politica per la crescita? Bastava tagliare di più gli sprechi e tassare di più i ceti alti, comprese banche e assicurazioni, per potere investire e non aumentare iva e accise. Se queste cose le capisce la gente comune come me, a maggior ragione avrebbero dovuto capirle loro, che sono professoroni. Il problema è che non hanno avuto il coraggio di farlo: era molto più semplice trovare soldi tassando oltre misura la gente comune. Ad Angela Merkel fa comodo dargli ragione perché pensa solo a che l’Italia onori i suoi impegni finanziari, ma non le interessa un fico secco degli italiani.
Saverio M., via email

A leggere le convulse cronache di queste settimane parrebbe che la democrazia sia diventata un rischio, dal momento che si ritiene un rischio il fatto che ciascuno di noi abbia la possibilità di sottoporre la bontà della propria proposta politica al giudizio inappellabile del corpo elettorale. E infatti Mario Monti ha preferito attendere varie settimane piuttosto che annunciare insieme con le dimissioni anche le decisioni sul suo futuro politico. In questo comportamento c’è tutta l’essenza (e una dose non secondaria di supponenza) del tecnocrate non abituato al rischio, appunto, di confrontarsi con la legittimazione del popolo. Di qui il tira e molla, i tentennamenti e il resto di ciò che avete sentito e letto ultimamente.

Monti, a ben vedere, s’è trovato stretto fra due possibili accuse. Innanzitutto quella di codardia pronta per essergli mossa dagli «amici europei» (Germania in testa) nel caso di una ritirata dalla corsa elettorale dopo l’appoggio sperticato che gli è stato concesso dai potentati politici e finanziari quando lui, il Professore, si è presentato al cospetto del Partito popolare europeo. E poi l’altra, forse più bruciante, di invadenza che gli comincia ad arrivare addosso da due ex compagni di partito, Giorgio Napolitano e Pier Luigi Bersani, nelle vesti di presidente della Repubblica e di candidato premier della sinistra.

Per avere idea del livello di delusione del Colle nei confronti di Monti è sufficiente leggere la prosa dei fedelissimi interpreti del pensiero quirinalizio con la coniugazione di verbi come vendicare o il ricorso a locuzioni tipo «oblique critiche», parole sconosciute fino a poche settimane fa nel lessico mieloso dei rapporti tra il presidente del Consiglio e il capo dello Stato.

È evidente che nella decisione di Napolitano di volere gestire il cammino postelettorale e non dimettersi più in anticipo, come annunciato, per di più con la sottolineatura che quello che verrà sarà un governo politico e non tecnico, c’è molto di umano e assai poco di istituzionale. È la chiusura del cerchio in cui due persone, che vivono e decidono anche assecondando le umane passioni, si ritrovano con le loro debolezze: quella del civil servant Monti che medita vendetta dopo essere stato sfiduciato (e per questo «oltraggiato») e quella dell’istituzionale Napolitano, che dopo avere «costretto» il suo ex partito ad appoggiare l’esperienza dei tecnici, si troverebbe ora, con Monti in lizza per un reincarico, a dovere chiedere a Bersani un secondo sacrificio, quello di rinviare sine die la conquista di Palazzo Chigi. Sacrificio impossibile.

Con un dettaglio non secondario: per assicurarsi che la sua strategia risultasse vincente la precondizione sarebbe stata quella di eliminare dalla scena politica Silvio Berlusconi. Ma, a giudicare dalle abbondanti dosi di antiberlusconismo messe in circolazione dopo il ritrovato impegno in prima linea dell’ex premier, sembra che il Cavaliere faccia ancora paura. Quanto e più di prima.

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