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A Palermo parte la Norimberga dé noantri

Al via il processo che vuole riscrivere gli ultimi 20 anni di storia italiana

La strage di Capaci del 23 maggio 1992 – Credits: Ansa

Tra qualche giorno a Palermo inizia un processo che è seriamente candidato a diventare la Norimberga de’ noantri, un’insalata di suggestioni – politiche e giudiziarie – con la quale s’intenderebbe riscrivere con l’inchiostro simpatico parte della nostra storia recente. Si tratta del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia avvenuta negli anni delle stragi: da quelle del maggio-luglio 1992 (contro i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino) a quelle del maggio-luglio 1993 (attentato contro Maurizio Costanzo e bombe a Roma, Firenze, Milano).

L’assunto di partenza, in estrema sintesi, è questo: politici, esponenti delle forze dell’ordine e mafiosi si misero a trafficare tra una strage e l’altra per ottenere e scambiarsi favori di vario genere; chi per avere benefici elettorali (i politici), chi per fare carriera (i carabinieri), chi per vedersi allentare la morsa repressiva (i boss).

A sostenere in aula l’accusa non ci sarà il centauro Antonio Ingroia, che deve ancora risolve- re il conflitto che lo vede metà politico e metà magistrato, ma il pubblico ministero Nino Di Matteo. Quest’ultimo, e con lui la giustizia italiana, non ha avuto grande fortuna con i processi sulle stragi: c’era pure lui tra i pm di uno dei processi patacca sulla strage di via D’Amelio costati l’ergastolo a sette innocenti (rimasti in carcere 17 anni) sulla scorta delle rivelazioni patacca di un pentito al quale però Di Matteo credette, eccome, nonostante altri pentiti l’avessero accusato di essere completamente inattendibile.

Torniamo alla Norimberga de’ noantri: la Procura di Palermo ha chiamato a testimoniare poco meno di 180 testimoni, fra questi anche Giorgio Napolitano e il predecessore Carlo Azeglio Ciampi. Ricorderete che il presidente della Repubblica è stato al centro di un clamoroso braccio di ferro con la procura che si opponeva alla distruzione delle intercettazioni delle telefonate con Nicola Mancino (fra gli imputati), pur essendo queste assolutamente irrilevanti per stessa ammissione dei pm. L’audizione di Napolitano serve, al pari di altre testimonianze eccellenti, a tenere l’attenzione alta su un processo che nel deserto probatorio si nutre di misteri, i quali devono essere continuamente alimentati.

Due esempi. Da alcuni giorni si fa un gran parlare dello stato di salute di Bernardo Provenzano, che la procura vede nelle vesti di gran visir della trattativa. L’anziano boss vive da mesi in stato quasi vegetativo. Prima che le sue condizioni precipitassero circolò la notizia farlocca di un suo possibile pentimento. Oggi che Provenzano non è in grado di parlare si sta tentando di far credere che, pur di non farlo pentire e rivelare i misteri della trattativa, sia stato malmenato a più riprese in cella. Vi anticipo la prossima puntata: presto s’ipotizzerà che i mandanti di queste spedizioni siano alcuni imputati, terrorizzati dalle possibili rivelazioni dello zio Bernardo sul patto Stato-mafia.

Altro esempio: l’agenda rossa di Borsellino. Il giudice non se ne separava mai e la usava per appuntare impressioni e spunti di indagine. Non si è mai trovata dopo la strage di via D’Amelio e quindi qualcuno «deve» averla rubata. A un ufficiale dei carabinieri, assolto dopo un lunghissimo cal- vario giudiziario, è stata rovinata la vita perché accusato di averla presa. Così ora ci voleva un coup de théâtre. Eccolo sotto forma di falso scoop giornalistico: assolto l’ufficiale, l’agenda esce dalla borsa di Borsellino e rispunta sul luogo della strage dove un uomo non identificato, forse dei servizi segreti (figura immancabile), sta «trafficando».

Siamo alla follia. Se era in via D’Amelio, è pressoché impossibile che l’agenda sia rimasta integra dopo l’esplosione e, purtroppo, basta ricordare lo stato pie- toso in cui vennero ridotti i corpi delle vittime, trovati senza gambe e senza braccia. Antonino Vullo, l’unico poliziotto di scorta a Borsellino rimasto vivo, ricorda di aver notato che il giudice aveva «qualcosa di scuro sotto l’ascella» pochi attimi prima che scoppiasse la bomba. Poteva essere l’agenda? Se la risposta è sì, l’agenda è stata polverizzata dagli effetti dell’esplosivo. Ma questo non si può dire pena la scomunica dell’antimafia, alla quale serve alimentare il mistero di quell’agenda per non finire scomunicata. 

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