Esteri

Tutti i punti deboli di Donald Trump

Le difficoltà tra i neri e gli ispanici. Il poco appeal tra i giovani e le donne. Il sostegno debole del Partito repubblicano

Convention Repubblicana Cleveland

Cleveland, Ohio, 21 luglio 2016. Il candidato presidente Donald Trump interviene dal palco nell'ultimo giorno della Convention nazionale repubblicana alla Quicken Loans Arena. – Credits: JIM WATSON/AFP/Getty Images

Debole tra i neri, i latinos, gli  asiatici, debole tra i giovani e le donne, che non gli hanno mai perdonato le frequenti sparate misogene durante la campagna elettorale, Donald Trump ha un grosso problema anche presso l'elettorato cattolico: 77 milioni di fedeli, secondo l'ultimo censimento, che costituscono il 26% della popolazione americana e che - sondaggi recentissimi alla mano targati Abc news - sarebbero orientati nella stragrande maggioranza a votare per Hillary, forte di un margine di vantaggio oltre 25 punti. 


IL VOTO CATTOLICO IN USA

Un margine così amplio in un tipo di elettorato che tradizionalmente si suddivide equamente tra democratici e repubblicani costituisce un serio campanello d'allarme per le ambizioni presidenziali di un candidato  che finora non è riuscito a sfondare, secondo i polls, in nessun settore dell'elettorato, salvo quello degli evangelici e delle minoranze cristiane tradizionaliste, ma soprattutto tra i maschi bianchi, di età avanzata, generalmente poco scolarizzati, come emerge da questo sondaggio di agosto dell'autorevole Pew Research Center.


Complici le gaffe e l'essere spesso entrato a gambe unite contro i suoi nemici interni, Donald Trump, nonostante l'incoronazione della Convention di Cleveland, ha un altro punto debole: il fatto che si ingrossano  ogni giorno di più le fila dei leader del suo partito che annunciano di non volergli dare il voto o addirittura di voler votare Hillary alle elezioni presidenziali.

Tra loro - i nemici di Trump nel GOP - l'ex governatore Jeb Bush, l'ex ministro della Difesa Paul D. Wolfowitz, il governatore del Massachusetts Charlie Baker, l'ex candidato presidenzuiale Mitt Romney. Tutti pezzi da novanta, che controllano pezzi di elettorato che possono risultare decisivi per l'assegnazione della vittoria finale. Un punto debole che il candidato repubblicano non è riuscito finora ad affrontare, nemmeno dopo l'incoronazione di Cleveland, quando una strategia più moderata avrebbe potuto giovargli.

A poco sembrano essere serviti  - se non a restituire l'immagine devastante di un condottiero senza bussola - i cambiamenti nello staff che gli cura la campagna elettorale, con due direttori già cambiati negli ultimi mesi. Questo sondaggio sempre di Pew Research Center testimonia le difficoltà complessive di The Donald in larghe fasce dell'elettorato.



Il New York Times - che stila le percentuali sulle probabilità di vittoria dei candidati basate su un complesso calcolo tra sondaggi e consenso nei singoli Stati - è lapidario: se Hillary aveva, prima delle due convention, il 67% di probabilità di essere eletta, oggi la sua percentuale ha superato la soglia del 90%. È vero che i sondaggi non sono credibili quando mancano troppi giorni al D-Day elettorale ma la tendenza è indiscutibile. Certo, l'uomo è capace di cambi di passo, e gode di un vasto consenso nel Paese, specie in quell'America profonda e bianca che ha perduto molte posizioni negli ultimi anni. Ma quando oltre l'85% dei neri (contro il 2%), il 50% degli ispanici (contro il 26%), circa il 43% degli under 49 (contro il 28%), il 61% dei cattolici (contro il 34%)  è orientato a votare l'avversario, la rimonta si fa complessa.  Anche se sei The Donald e sei abituato a combattere contro tutti, amici compresi.

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