Esteri

Turchia al voto: la guerra intestina tra le forze di sicurezza

Dietro la strage del 10 ottobre ci sarebbe una spaccatura all’interno della polizia e dei servizi segreti. E non, come dice Erdoğan, il separatismo curdo

 

Per Lookout news

La decisione del presidente turco Recep Tayyip Erdogan di posticipare all’8 novembre il passaggio dall’ora legale all’ora solare, formalmente per garantire un’ora di luce in più quando si andrà a votare il primo novembre per le elezioni politiche, ha relegato in secondo piano le ultime novità emerse sull’attentato che il 10 ottobre ha causato ad Ankara l’uccisione di più di 100 persone.

 Dalla ricerca dei colpevoli, che appare sempre più incerta col passare dei giorni, i riflettori si sono spostati sulle forze di sicurezza turche, accusate di non aver tenuto conto dei rischi che avrebbe potuto attrarre su di sé una manifestazione organizzata da sindacati di sinistra e partecipata da migliaia di curdi per chiedere la fine del conflitto con i separatisti del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan).

Quello di Ankara è stato un errore di valutazione evidente, sulla cui gravità pesa il precedente del 20 luglio, quando a Suruc, in occasione di un raduno indetto per sostenere una spedizione umanitaria per la città siriana curda di Kobane, un kamikaze legato allo Stato Islamico si era fatto esplodere uccidendo 33 attivisti.

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 Secondo fonti vicine ai vertici del MIT (Milli Istihbarat Teskilati, i servizi di intelligence turchi) i motivi che avrebbero impedito di agire per tempo non rimanderebbero però a un piano congeniato per creare tensione in vista del voto del primo novembre – come molti hanno invece ipotizzato in queste settimane – ma a una serie di spaccature all’interno delle forze di sicurezza. Le defenestrazioni eccellenti ai piani alti della polizia, con ufficiali della direzione generale della sicurezza e dell’unità operativa speciale Ozel Tim licenziati nei mesi scorsi perché considerati vicini a Fethullah Gulen, il principale oppositore di Erdogan residente negli USA, avrebbero lasciato il segno.

 Pare inoltre che l’intenzione del partito alla guida dell’esecutivo AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) di voler appoggiare l’istituzione di una formazione paramilitare filogovernativa, a cui si unirebbero tra gli altri i sostenitori del movimento “Osmanli Ocaklari”, avrebbe creato non pochi malumori tra ufficiali dell’esercito e della polizia.

 Non va dimenticato, infine, il fronte su cui Erdogan ha dirottato da quest’estate un ingente numero di effettivi agli ordini del direttore del MIT Hakan Fidan, vale a dire la lotta interna contro i curdi del PKK. Una mossa che, come dimostrano gli ultimi episodi, ha lasciato sguarniti altri fronti caldi, dalle spinte jihadiste che arrivano dai confini con la Siria agli ambienti radicali legati principalmente all’estrema destra.

 Focolai di tensione che però Erdogan avrebbe volutamente declassato nella gerarchia delle criticità per concentrare le risorse a disposizione delle forze di sicurezza in quelle aree del Paese in cui la componente curda è più attiva. Alla luce dello storico risultato ottenuto alle elezioni del 7 giugno dal partito filocurdo HDP (Partito Democratico del Popolo), è questo l’ostacolo che il presidente teme maggiormente in vista del voto del primo novembre.

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